Visualizzazione post con etichetta life. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta life. Mostra tutti i post

lunedì 4 marzo 2013

Siena: per le vie del borgo

Per Siena si cammina in silenzio.
Le strade conducono al suo cuore in un saliscendi di bellezza.
I prodotti tipici la fanno ancora da padrona, grazie alla grande quantità di materie prime eccellenti che fanno della Toscana tutta, una regione di particolare pregio enogastronomico





Passeggiando lungo Via Camollia ho pure scovato l'Osteria Titti da Duccione (peccato non fosse l'ora di pranzo, mi sarei fermata volentieri a mangiare.... su un vinile!).


Ma la cosa che davvero non bisognerebbe dimenticare di fare venendo a Siena, è camminare col naso all'insù perché...  








L'importante è sapere che l'attività può creare dipendenza (a un certo punto, mi sono accorta, trascorrevo più tempo a guardare in alto che davanti a me) e qualche incidente di percorso con le persone che vi camminano incontro ma fortunatamente l'area pedonale è piuttosto estesa per cui, al massimo, avrete qualche diverbio passeggero e niente più.

Se proprio dopo tanto camminare aveste voglia di un buon the, le mie compagne di avventura sono rimaste particolarmente colpite dalla tea room vicino alla Piazza del Mercato. 


Io, che l'ho solo vista perché come al solito a forza di camminare avevo fatto tardissimo, posso solo confemrare che l'ambiente è molto confortevole e originale perché si siede su poltrone e divani, circondati dal profumo di ottime torte fatte in casa e una gran quantità di tisane e the. La volete sapere tutta? Sembra un pò la casa di Alice nel Paese delle Meraviglie, ecco.


Se invece dopo la passeggiata è l'ora di pranzo e avete voglia di mangiare qualcosa di tipico in una bella cornice nel cuore del centro storico, vi rigiro un'altra dritta della mia amica Barbara che mi ha consigliato di fermarmi a pranzo all'Enoteca i Terzi in Via Termini. Ovviamente per trovarla mi sono fatta aiutare dai passanti  e mi sono divertita un sacco.



Il locale è molto bello e la carta decisamente appetitosa e mescola tradizione e stagionalità con freschezza e semplicità. Ho anche trovato con facilità la possibilità di ricaricare il mio cellulare, particolare gradito in tempi 2.0.
Adoro i carciofi e in questa stagione sono buonissimi, così non ho resistito al tortino di carciofi con pomodorini e pancetta croccante mentre il mio amore per la zucca mi ha permesso di assaggiare un buon risotto.



Il servizio è curato con gentilezza e disponibilità e, piccolo particolare ma si sa che io bado alle sottigliezze più che ai grandi proclami, quando sono andata per pagare e ho iniziato a frugare per gli spiccioli, sono stata invitata con gentilezza ad accettare che mi offrissero un caffè. Un gesto piccolo e semplice ma per questo per me ancora più gradito.
Mi sento di dire con estrema onestà, che ovunque io abbia bussato ho trovato persone molto cortesi, estremamente disponibili e disposte a venirmi in aiuto (si, avete capito bene: ho chiesto un sacco di volte indicazioni per trovare la via ma solo per scrupolo, eh!?).

Nel pomeriggio ho visitato il meraviglioso Complesso del Duomo di Siena e sono scesa fino ai lavatoi di  Fontebranda, attratta dalla storia di Santa Caterina e dalla magnifica basilica di san Domenico nella quale, con mia grande sorpresa, ho anche assistito a una messa cantata...


Sicuramente una giornata a Siena è davvero poca cosa, nel senso che la città richiede più tempo  e più spazio e poi ancora silenzio e ascolto per essere davvero compresa e visitata con attenzione, per cui mi rammarico di poterne dare solo delle piccole pennellate, degli accenni lievi ma senz'altro sentiti. La verità è che ci sono storie e segni, luoghi e situazioni che è difficile spiegare. Siedi in una chiesa, sei sola, circondata da maestosa bellezza e poi d'improvviso assisti sorpresa a una  piccola funzione cantata e ti trovi circondata da anziani del luogo che sussurrano parole, partecipano ai canti. Socchiudi gli occhi e sei parte di un racconto millenario, fatto di persone, luoghi, fede e ti sembra impossibile raccontarne. Ecco cosa e' anche, per me, un blog tour a Siena.


La basilica di San Domenico domina i lavatoi di Fontebranda

(To be continued)


martedì 19 febbraio 2013

Mafe, Luca, le soglie e la crisi

Insperato e inatteso, fortuito e benedetto mi è arrivato in regalo da Mafe "il diritto di stare male, essere egoista e di arrabbiarmi, ogni tanto, per poi accettare che possiamo migliorare tutti, anche io e che "essere se stessi" non è il traguardo, è il punto da cui partiamo tutti".
E' un regalo prezioso, che insegna il valore dell'esperienza come viatico per la conoscenza, dell'introspezione  come balzo necessario per spiccare il volo.
Un balzo che si rende indispensabile e che passa attraverso la mia capacità di tagliare un cordone ombelicale emotivo con quanto è stato, per cercare nuovi lidi e altre forme espressive. Del resto "la soglia è interpretata come un passaggio obbligato non solo perché ci è inflitto dalla vita ma anche perché decidiamo di farci carico del frangente che stiamo attraversando; decidiamo, insomma, di essere, anche se nostro malgrado, protagonisti del dramma che stiamo vivendo".
Nel farlo, saluterò questi luoghi e la mia vecchia casa festeggiando quanto più possibile con le persone e gli incontri che hanno reso importanti questi anni di crescita. A incoraggiarmi in questa direzione, un incontro folgorante con una delle tante persone che amano l'Elba silenziosamente  e profondamente e che dedicano il loro tempo, la loro creatività e le loro energie alle proprie passioni. Si tratta di Luca Polesi, maestro d'arte visionario, direi io, perché ha il raro dono di saper guardare oltre le apparenze per immaginare forme e composizioni di materiali (rigorosamente riciclati) audaci e creativi, regalando una seconda vita alle cose.


Dedicherò a Luca uno spazio più ampio nei miei racconti ma al momento sento che quest'incontro e l'emozione che mi ha suscitato, mi aiutano a ad affrontare con la giusta energia e dose di entusiasmo un saluto all'Hotel Cernia per come vorrei che fosse: pieno di amore e gratitudine per quest'isola ma onesto, senza cocci in tasca, a tratti velato della tristezza che ammanta i saluti commossi. Ci saranno eventi e incontri e persone da conoscere e passioni da condividere e soprattutto una grande e spudorata dichiarazione d'amore per l'Elba, capace di sedurre moltissime persone che con grande creatività si impegnano a restituirle bellezza attraverso le loro opere.
L'isola viaggerà con me, ovunque io sia diretta e insieme a lei, tutti gli sguardi sinceri e puliti di chi come me, la ama e ne sogna un destino migliore di quello attuale.
A Mafe de Baggis e alla sua straordinaria limpidezza di pensiero, dedico queste mie righe tumultuose, con l'impegno di fare tesoro di tutto ciò che mi ha portato fin qui perché "La crisi (...) può diventare un’occasione per cogliere l’intensità del momento e per descrivere il mondo in un modo nuovo o restare un evento senza senso, subito e non compreso. Qualcosa che non ci farà cambiare perché non saremo riusciti a raccontarlo e a leggerlo o qualcosa che ci trasformerà perché saremo riusciti ad usarne l’intensità.”
Grazie Mafe, ti aspetto.

Dai diari del Cernia - premessa

Stamattina ho bevuto un buon capuccino con un'amica che il lavoro e i piccoli crucci quotidiani mi hanno fatto trascurare nel tempo.
E' stato un ritrovarsi, facendo il punto della situazione, guardarsi allo specchio e tentare piccoli bilanci. Mi è servito. Si, quest'incontro mi ha regalato un'idea, quello di lasciare un segno del mio passaggio.
Questa è l'Elba che amo, in un giorno di "qualunque bellezza"

Lavoro all'Hotel Cernia dal 1998 e da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata e, come spesso accade, pure rapidamente, quasi senza che me ne accorgessi. Il momento che vivo mi obbliga a una pausa, a un momento di riflessione che nel tempo non mi sono mai concessa  e credo di poterne trarre  vantaggio. Come? Cercando di capire come si è formata, nel tempo, la mia idea di ospitalità, il concetto di albergo  inteso come una piazza  (emotiva) aperta allo scambio e alla condivisione, dove sono bene accetti anche i residenti e gli ospiti di tutte le altre strutture, contrapposta a quella di hotel/villaggio  inteso come "riserva per turisti" con tanto di braccialettino colorato a amplificare il senso di appartenenza (una sorta di: "Tu sei mio e di qua non scappi" sussurrato dalle strutture che credono che fare accoglienza sia recintare un luogo fisico a mero utilizzo turistico da parte dei clienti fruitori).
In questi mesi ho in effetti capito che la scrittura ha il potere di curare, lenire, portare chiarezza negli anfratti di noi che siamo bravissimi a mantenere scuri per paura di guardarci dentro.
La scrittura sarà invece il mio faro, il mio filo rosso in un viaggio a ritroso nel tempo e nelle emozioni, che mi permetterà di comprendere il senso di quel "tanto" che in questi 15 anni è successo nella mia vita ma anche nell'azienda per cui ho lavorato con grande impegno e soddisfazione.
Prima di cominciare il mio viaggio, una precisazione: il mio approccio alla vita, prima ancora che al lavoro, è di tipo empatico. Questo significa che ogni scelta, ogni intuizione, ogni strada nuova imboccata nella precisa intenzione di realizzare attraverso l'Hotel Cernia un nuovo modello di ospitalità a tutto tondo, è nato dal semplice desiderio di dare concretezza a una serie di esigenze che io ho quando viaggio e sono in vacanza.
Filosofia di vita e di lavoro si intrecciano: mia figlia è stata parte integrante del mio viaggio al Cernia

Dall'idea della cucina emotiva legata alle storie che un territorio racconta, cosi come alla fortuna di vivere  un'isola ricca di erbe spontanee eduli, a quella delle camere poetiche, passando per le mostre d'arte, i concerti dal vivo e i pic nic al mare con gli ospiti, tutto parla la lingua del mio cuore, di quello cioè che io amo e desidero condividere e che credo sia quel valore aggiunto in grado di regalare senso (ed emozione) a un viaggio.
Nelle camere poetiche si vivono tappe importanti della mia crescita personale


Il primo passo che ho fatto inziando l'avventura all'Hotel Cernia, è stata infatti chiedermi: cosa significa viaggiare? Questo sarà l'oggetto del mio prossimo post....
Seguitemi, vi condurrò per mano dentro al mio sogno, vivremo emozioni inenarrabili, conosceremo persone preziose ovvero ospiti che si sono trasformati nei miei affetti più cari e vi mostrerò la dedizione e l'impegno di cui un gruppo di giovani collaboratori è capace se debitamente motivato a credere in un SOGNO e sullo sfondo Lei, l'oggetto del mio amore incondizionato: un'isola capace di rapirti e di sedurti con il suo sottile e persistente canto.

A presto e buona Elba a tutti! =)

venerdì 1 febbraio 2013

#unterzociascuno: non fa male a nessuno!

Mollo gli ormeggi!
Si, davvero, mi lancio in nuove avventure.
Scalpito Smaniosa  e, Sentitamente Stropicciata, Sogno Soavemente Sospirati Spazi Senesi.
Non mi sono spiegata?
Vado a Siena e lo faccio partecipando al mio primo blog tour (oddio, l'ho detto, m'è venuto tutto d'un fiato... si, ce l'ho fatta!). Si chiama #unterzociascuno (sarà mica perché le blogger sono 3?)



Posso dirla tutta?
Fino a poco tempo fa mica lo sapevo cosa fossero i blog tour.
Posso dirla ancora meglio?
Anche ora, non ho le idee molto chiare ma sono state così carine le persone che hanno pensato alla sconclusionatissima me per questa avventura che, come dire, sono felice, mi sento lusingata, certo che partecipo con piacere (che poi, quando son lì, qualcosa da questa testolina fumante uscirà, spero).
Però c'è un però e guarda caso si casca sempre lì, sul fattore P (lo so, oggi m'è presa con le iniziali: sarà un vaneggiamento pre tour). Il fattore P, per dirla in Parole Povere (ahhahaha, lo vedi? ancora con 'ste iniziali oggi) è la PERSONA, anche se, in questo caso, sono quattro.
La prima, in ordine di apparizione, è Silvia Ceriegi che ho avuto il piacere di incontrare all'Hotel Cernia, dove lavoro, in occasione di elba4kids. Hem, anche qui una precisazione: non è che io sia stata magnificamente al top della forma quel giorno, eppure, non so spiegarlo, qualcosa è "passato" e Silvia è stata in grado di leggere e di interpretare il disegno (che io in realtà chiamo visione) che regge il mio progetto di accoglienza al Cernia al punto che è stata la prima a intervistarmi dopo il "putiferio" di Tripadvisor (che per la verità ci ha fruttato uno strepitoso premio in comunicazione social a livello nazionale).



Ebbene proprio Silvia mi ha scritto alcune settimane fa chiedendomi se ero disponibile a partecipare al blogtour che mi porterà a conoscere finalmente Borgo  Grondaie  la cui accoglienza è a cura  (e qui arriviamo alla seconda P) della mia twitter-amica Amina Sabatini, con la quale ho avuto modo di cinguettare e di confrontarmi su molti temi che abbiamo in comune. Non è fare BINGO, questo? Se poi ci aggiungete che nell'avventura sarò insieme alla super blogger esperta in social media marketing  Elena Farinelli e alla  iper wedding planner Simona Cappitelli, conosciute il settembre scorso proprio all'Hotel Cernia, perché desiderose di conoscere "l'albergo più emotivo dell'Isola d'Elba", ecco che tutto torna e si capisce il perché del mio entusiasmo. Beh, con tutti 'sti "super", avrete anche capito che sarò l'outsider, quella che ci mette la faccia e l'emozione propria ma che non ha scuola... solo sentire. Mi affiderò alle mie sensazioni infatti e saranno loro a guidarmi attraverso un percorso (tutto emotivo) tra i dedali dell'affascinante città toscana. Perché si, ok, di Siena si è letto molto e sentito sempre parlare ma io sono convinta che abbia anche un gran bel cuore che proverò ad ascoltare. Come? Ve lo dico il 2 e il 3 Marzo: seguitemi!

lunedì 28 gennaio 2013

L'isolAmare di Francesca Groppelli

E pensare che ieri c'era un bel solicello e io ero lontana e sognavo la mia amata, le sue spiagge selvagge, le rocce assolate, i sentieri boscosi e oggi, che sono tornata sull'isola, è tutto un piovere nebbioso. Non crediate, anche oggi ha il suo perché.
Una tazza fumante di orzo, le candele di rito accese e per me si spalancano le porte del Paradiso e  sono pronta per la prima storia di isolAmare.
L'avevo detto, no? Mi piace l'idea che di un posto, al di là del numero delle spiagge, dei campeggi e dei locali serali aperti, si racconti la vita, le passioni, le esperienza di chi la vive, la ama, se ne prende cura, affinché il racconto diventi credibile e soprattutto si colori delle emozioni delle persone (perché, si sa, i luoghi li fanno le persone). Molti conoscono la vocazione minerari dell'isola, tanti associano all'idea dell'Elba quella di Napoleone e parecchi hanno sentito dire che qui si produce un ottimo vino passito (l'ha detto pure Mina, figuriamoci) 


ma quanti sanno che quest'isola ha la fortuna di essere profondamente amata da moltissime persone che da lei si lasciano ispirare?
Il racconto di isolAmare inizia con Francesca Groppelli, mia omonima, come me non nativa dell'isola ma assolutamente e inguaribilmente affetta da elbanitudine. Ho scelto di iniziare con Francesca perché è una donna che impegna molte energie e competenze nel cercare di tenere unito il contesto culturale dell'Isola e perché condivido pienamente la sua idea secondo la quale ciò che si riceve in qualche modo lo si restituisce e quest'isola, giuro, trabocca bellezza.




Francesca, solo 4 domande. Per iniziare, raccontaci chi sei
"Mi chiamo Francesca Groppelli, sono un' artista.Dopo gli studi di Pittura in Accademia a Milano, mi sono occupata di arte nella mia città d'origine,
Crema, in provincia di Cremona.
Nel 1983 ho ideato insieme al critico d'arte Paolo Ferrari la rassegna “Opera Aperta”. Hanno
partecipato diversi artisti, poeti, musicisti e un convegno sullo stato dell'arte contemporanea. Da tempo come artista ero “uscita” dallo spazio della tela che usa il pittore. Ne è risultata l'esigenza
di prendere possesso di uno spazio più ampio; di occupare con l'arte muri, piazze, luoghi della città.
All'interno del progetto il mio intervento è stato una installazione, “Agorà, che aveva l'intento tramite una proiezione di immagini di opere in restauro, di riqualificare e valorizzare un “luogo”, il Mercato Austroungarico a Crema. Uno spazio cittadino pubblico, un luogo deputato all'incontro e allo scambio delle merci in completo stato di abbandono. L'obiettivo che mi ero proposta era di sensibilizzare le persone alla salvaguardi ed al restauro dell'opera d'arte, (in quel caso una architettura) e dei beni artistici, dando loro nuovamente vita. Da quell'intervento è partita una riconsiderazione di quel pezzo di città “abbandonata” e ora a distanza di anni quel luogo viene utilizzato per interessanti mostre d'arte".

 


Da Crema all'Elba, perché?
"Sono arrivata all'Elba 27 anni fa. Ho amato l'isola da subito..... allora insegnavo e questo mi permetteva di passare sull'isola molto tempo. La spiaggia delle “Viste” era il luogo dove trascorrevo le mie giornate, guardando il mare, ma sopratutto lo Scoglietto. Alcuni anni fa, per amore, mi ci sono trasferita. C'è forse una ragione particolare per cui l'isola e l'acqua che la circonda attira a se le persone in ricerca e desiderose di sviluppare al meglio le proprie capacità? Parecchi artisti come me hanno deciso di vivere all'Elba o di soggiornarvi a lungo. Ora penso che anche il magnetismo delle sue rocce attiri a se con grande energia".


 
L'Elba per TE, puoi descrivercela? 
Da sempre penso che quello che una persona riceve debba restituirlo.
Per questo motivo ho fondato l'associazione culturale ArteElba, con l'intento di valorizzare il
territorio e di promuovere l'arte sull'isola.
Nel 2010 ho ideato e curato per il Comune di Portoferraio il Premio “Elba Arte Donna”,  per dare
visibilità al lavoro delle artiste presenti sull'isola.
Il Premio che ormai è diventato un appuntamento fisso, si svolge tutti gli anni a Marzo al Centro
Culturale De Laugier. In questi anni tante artiste, tante personalità di donne rivelate attraverso l'arte
che, come rammentano i dizionari, è un sostantivo femminile.
Per approfondire concretamente cosa un artista può dare a una città e a una comunità attraverso una
sinergia con l'organismo pubblico, posso raccontare inoltre il progetto NONSOLOARTE.
Una serie di mostre e incontri culturali che hanno animato le serate domenicali estive che si sono
svolte presso la Sede della Lega Navale Italiana a Portoferraio, in collaborazione con il Comune.
NONSOLOARTE ha portato alla rivalorizzazione culturale, ambientale, artistica, sociale di un
luogo, il Grigolo. Un intervento di Arte Pubblica teso a preservare un “luogo” di vita, dove la gente
può comunicare, giocare, riposare e contemplare! Stare Bene. La scrittura mi obbliga ad interrogarmi sul mio significato di essere artista. L'essere immersa completamente in quello che sto facendo, una vita dedicata a una idea di arte che non è legata al mercato, ma è espansione del proprio essere. Oggi per me l'Elba è motivo d'amore, per la sua cultura e la sua natura.
L'intera isola è disseminata di tracce che ci provengono dal passato. L'Elba è stata frequentata da grandi artisti. Nel 1926 vi ha soggiornato come turista per un periodo di riposo il grande artista svizzero Paul Klee. Egli visita l'Elba perché ci si può vivere tranquilli, immersi nella natura e nella bellezza. Un “luogo dell'anima”.... Il viaggio di Klee non fu solo fisico, ma d'esplorazione interiore, tra terra-mare e spirito; una ricerca che forse non ha uguali nella storia dell'arte moderna. Ho studiato e amato la poetica di questo artista e l'isola me lo ha fatto rincontrare. L'isola è quindi anche per me “scelta di vita”, “viaggio di scoperta” verso le origini, verso l'essere."




Per finire, Francesca, mi piace l'idea che isolAmare sia un passaparola di passioni e che ognuno partecipasse attivamente alla costituzione di questo girotondo di umanità e sensibilità unite dal grande amore per l'Elba. Quindi, prima di salutarti e ringraziarti di cuore per la disponibilità, ti chiedo, adesso vorresti che raccontassi l'isolAmare di Chi? E perché?
"Dico Claudia Lanzoni perchè credo che sia una persona con tanto cuore e che ami l'Elba, da non elbana, quanto me. Quello che sta facendo per Capoliveri non è solo lavoro."

Ammiro molto l'impegno di Claudia Lanzoni e in tutta onestà (ma non ditelo in giro) sono felice di continuare a raccontare di donne (del resto l'isola è femminile). Sarà un piacere continuare la storia di isolAmore ma una cosa è già evidente: qui il filo rosso è la passione!

venerdì 25 gennaio 2013

IsolAmare chi è?

Appena nata, la nuova comunità isolana  su facebook, ha attratto curiosità di ogni genere e soprattutto ha ricevuto un abbondante flusso di messaggi, poesie, immagini che gli isolamanti hanno sentito il desiderio di condividere.

Segno inequivocabile che la comunità esiste al di fuori del social network e che pullula di creatività e bell'umanità che si raccoglie sotto un unico, grande, stimolante tetto: l'Isola d'Elba, musa ispiratrice di una grande varietà di espressioni artistiche.
A suggerirmi l'idea di questa comunità, il mio malcelato desiderio di raccontare l'isola a più voci, attraverso lo sguardo dei tanti che, come me, la amano e a lei si ispirano nel dare voce e corpo alla propria creatività.
Io credo ai posti del cuore, a quei luoghi cioè che per la loro straordinaria commistione di bella umanità, suggestioni naturalistiche e buone energie, sono capaci di regalare a chi li incontri un senso di benessere che perdura nel tempo, a dispetto della distanza fisica.
L'Isola d'Elba è, secondo me, uno di questi luoghi e a suggerirmi che non sono la sola a sentirmene visceralmente attratta, il felice pullulare di espressioni artistiche che mi piacerebbe fossero il filo rosso del racconto di un territorio che in prima battuta è vissuto e amato da chi lo propone ai possibili fruitori. Quello che mi piacerebbe esprimere attraverso la neonata comunità, è che l'Elba prima ancora di essere una destinazione turistica di indubbio fascino, è un luogo che attrae umanità varia unita da un comune sentire per l'isola e che difficilmente si esprime attraverso i "canali turistici", perché parla la lingua semplice di un quotidiano vissuto a riparo dal clamore cittadino, tra baie tranquille e risacca di mare, in mezzo a ginestre in fiore e ripidi sentieri scavati del granito, o ancora tra vecchie miniere e laghi di acqua sulfurea. L'Elba è in primo luogo varietà, un coacervo unico di storie, tradizioni, microclimi, endemismi, veri e propri luoghi di culto geologico che negli anni le varie guide turistiche hanno raccontato in modo più o meno esaustivo ma pure sempre distante da quello che è il cuore pulsante dell'isola: la passione dei suoi abitanti. 
Ecco che mentre inizio a dare forma a quest'idea, mi sorprendono gli struggenti versi di Alessandra Palombo che racconta il suo Iomare mentre Cristina Spinetti ci offre il suo sguardo sull'Elba e ho la conferma di quanto generoso e desideroso di esprimersi sia il contesto elbano.
Vi invito quindi a partecipare a questa Social dichiarazione d'Amore per un'isola che sento più il bisogno di raccontare attraverso gli occhi e il cuore delle persone che la vivono e che non sempre si sono riconosciute nei modi in cui è stata presentata.
Grazie fin da ora per i messaggi di stima e di solidarietà che copiosi mi stanno arrivando: segno che l'Elba ha un gran bel cuore che batte forte.
La donna dell’isola
è donna di ghiaia di riva rappresa,

è donna di mare
rena che sparse il suo sale
sul manto marino

è occhi innocenti arrossati,
sale asperso dal moto di libere onde,

è tempo che entra ed esce dal cosmo,
al variare del vento,

è amore sulla rena
della piccola spiaggia,
sotto cori invocanti la pioggia.

La donna di mare è uno strano animale,
oltre il canale allunga il suo sguardo
e poi si ritrae

oltre l’alone solare, oltre l’ibisco
si stende supina

la donna dell’isola
è la Signora dell’acqua
è isola stessa.

Ella muta e rimane se stessa.
(Alessandra Palombo)



giovedì 24 gennaio 2013

Emozionare è un'arte




Lo ammetto, sono esigente.
Vabè, sono esigente, testarda, insaziabilmente protesa a migliorare e pure rompiscatole (giuro, i ragazzi che lavorano con me condividono e probabilmente potrebbero rincarare la dose).
Eppure questo qua, questo cuoco che lavora da noi, testardo più di me, che non ha mai smesso di credere nel suo progetto creativo, ce l'ha fatta (non a farmi cambiare idea ma ad addolcirla, arricchendola di spunti nuovi). Il cuoco in questione è Michele Nardi e quello che si è inventato è ammirevole perché dimostra una non comune capacità espressiva, per cui ne parlo.
La premessa necessaria al mio racconto, è che Michele è stato da me "scelto" grazie a una inspiegabile intuizione che aveva per protagonisti un pentolino di latte, qualche uovo, manciate di farina, zucchero e, soprattutto, il rosmarino dell'isola. All'epoca seguivo infatti un corso di cucina tenuto proprio dal Nardi che era, non dico noioso, (rischierei di giocarmi la collaborazione del sopracitato cuoco) ma "ordinario" si. Si trattava di un corso di cucina tipica elbana, che riproponeva le ricette locali e che a mio avviso peccava di non sufficiente territorialità. Cosa ne era infatti dello straordinaria varietà di piante selvatiche eduli? Perchè non usarle a completamento delle preparazioni? Ero certa che "i vecchi", alle cui ricette era ispirato il corso, ne facessero largo uso: per cui, perché non inserirle? Il mio amore per le erbe selvatiche meriterebbe un post, nel senso che è di lunga data e che molti sono gli elementi che lo compongono ma vi basti sapere che, per la testardaggine di cui sopra, continuavo a portare al corso di cucina erbe selvatiche che avremmo potuto "casualmente" usare. Non so dirvi a tutt'oggi se vinse la stanchezza o la voglia di sperimentare, tant'è che un giorno Michele mi disse di aver preparato una crema con il rosmarino selvatico che avevo portato.
Fu luce!
Quella notizia mi spalancò le porte di nuovi mondi, la possibilità di sperimentare, creare, proporre la meravigliosa ricchezza della nostra isola nei piatti che andavamo proponendo in albergo.... fu così che lo "ingaggiammo".
Da quel tempo son passati anni, molti piatti, tante cene, infinite occasioni di confronto e conoscenza reciproca e fu chiaro fin da subito, in realtà, che Michele fosse un cuoco atipico (no, non siate ironici: mica perché ha il coraggio di lavorare da noi a un progetto assai fantasioso come la "cucina emotiva") ma perché coltivava una gran varietà di interessi e una singolare poliedricità creativa. In soldoni: ha una manualità invidiabile e la capacità di trasferire la sua individualità e le sue emozioni in quanto crea (piatti inclusi, per cui vi aspetto a cena da noi) . Tra i suoi vari interessi, spicca quello per la pittura che ultimamente ha incontrato anche la scultura dell'ulivo.
Personalmente ho sempre avuto un approccio molto critico alle sue opere ma quello che davvero mi commuove guardandole è, da un lato, l'amore per quest'isola, dall'altro, la straordinaria capacità di vedere, intuire, leggere tra i nodi del legno o le pieghe di un'onda, un'infinità di storie, situazioni, racconti, mondi paralleli che di fatto, fanno del Nardi un cantastorie immaginifico. Credo che ognuno di noi abbia un dono e che riconoscerlo, valorizzarlo, amarlo, sia un impegno lungo una vita, per cui ogni qual volta io intuisca o riconosca negli altri lo sforzo di ricerca, provo un grande rispetto per questo impegno e, da buona ciarliera, amo condividere questo sentire.
Non sono qui a disquisire di tecnica espressiva né di gusto (che peraltro è personale) ma di passione e di amore per un territorio al quale scopro, solo ultimamente, di essere legata in modo viscerale anche io, quasi come che l'isola si trasformasse nottetempo in una spietata e ammaliante Circe che lega a sè i naufraghi che, come me, vi sono approdati.
Spesso mi sono interrogata sul concetto di arte e solo ora inizio a capire che alla fine si tratta di una definizione, un modo per recintare uno spazio nel quale includere alcuni ed escludere altri. Io però, che amo mantenere uno sguardo olistico sulla realtà, ho capito che preferisco stare alla larga da queste definizioni che tagliano, escludono, separano, per dedicarmi a concetti più "rotondi" come emozione, dedizione, immaginazione, creatività che, in effetti, ritrovo in questi lavori.
Ho avuto occasione di scriverlo a più riprese qui e altrove: per me la differenza la fanno sempre le persone, lo straordinario bagaglio di storie che portano con sé, quasi fosse uno scrigno prezioso, e quindi benedico ogni occasione di condivisione dello stesso. Curiosi di vedere  lo scrigno di Michele? Cliccate qua e buon viaggio :)


martedì 15 gennaio 2013

Ci vuol tempo e spazio e molta leggerezza per amare i social network


Oggi pensavo che ci vuol tempo e spazio, per sentire, per capire, per lasciare andare ma lasciare anche entrare. Insomma, ci vuole una buona dose di leggerezza e una disposizione d'animo aperta, curiosa, per amare i social network e continuare a guardare alla propria quotidianità con occhi sempre nuovi e in questo, lo ammetto, l'isola d'Elba aiuta.
Complice la bellissima giornata, ho deciso di percorrere un sentiero che da tempo avrei voluto fare e ho scoperto angoli di raro fascino e quiete, insenature selvagge, tratti di costa dai colori cangianti e sempre tanto mare cristallino sotto a un girotondo di gabbiani curiosi.
Per me però la bellezza diventa tale e piena solo quando riesco a condividerla, a gioirne insieme alle persone vicine, a trasmettere loro quella vibrazione (l'emozione, appunto) che avverto davanti a un panorama, a un profumo, a un colore che invade rapidamente i miei occhi.


Ecco perchè amo i social network ed ecco come mi piace usarli: per "dividere" con altri una passeggiata, un sentiero, un panino in riva al mare, il profumo del sottobosco umido, tutta la fortuna che sento in cuor mio di avere a vivere in un posto baciato dalla bellezza di una Natura generosa, selvaggia e rigogliosa. Strano a dirsi, ma mentre cammino, mentre trattengo il fiato davanti a una scogliera, la mia emozione si fa ancora più intensa al pensiero che quello scorcio, quel colore di roccia, quello sbattere delle onde in quanlche modo arriveranno nelle case delle persone che viaggiano (non ditemi virtualmente, vi prego, ché il sentire è tutt'altro che virtuale e che diamine!) con me.


Questo è il facebook che vorrei. Un diario di bordo da sfogliare con gli amici, piuttosto che una vetrina di link e di tag che non mi appartengono. Uno spazio intimo, sebbene pubblico (perché l'intimità non è legata ai numeri, bensì al sentire) nel quale riversare bellezza, emozione, indignazione, riflessioni, giorni si, giorni no, momenti ni, leggerezza e qualche nuvola di passaggio.
Non vogliatemene se inarco il sopracciglio di fronte ad inviti che non hanno alcun legame con me, o a link che vedo pubblicare sulla mia timeline senza che sia io a sceglierli... perchè questo modo di comunicare non mi appartiene. Credo che ognuno abbia diritto a comunicarsi come meglio crede e so che chiedere che si commenti un post o che si pubblicizzi con amici una pagina, è una pratica legittima e forse diffusa, ma non è la mia. Io penso che la vera rivoluzione culturale che i social hanno portato, sia proprio la potenziale autenticità dei messaggi che si sceglie di condividere, frutto di soggettive emozioni che, in quanto tali, diventano potenti ambasciatrici di modi di essere e di stare al mondo, e difendo, con tutta me stessa, questo aspetto genuino. Quando condivido un pensiero, un'emozione o un racconto, sento gioia nel farlo e non credo che questa sia legata al numero di like che riceve. Credo cioè che il mio piacere sia un mio bene inalienabile, e che il percepire che è condiviso può rafforzarlo, darmi gioia, ma non può sostituirsi al motivo principale per cui comunico. Ogni post rappresenta per me un messaggio nella bottiglia, che lascio libero di viaggiare nella rete senza troppo pensare: mi abbandono al piacere di sentire e di poter condividere e con ciò conquisto un meraviglioso senso di leggerezza. Proprio vero: l'essenziale è invisibile agli occhi...


lunedì 7 gennaio 2013

Guardate un bambino: cosa lo inebria?

Scrivo da sempre.
No, beh, da quando ne ho memoria.

La scrittura è sempre  stata la mia migliore amica. Avete presente l'età in cui tutti i bambini hanno un amico immaginario? beh, io avevo il mio diario. Mi seguiva ovunque e quando non c'era, a sostituirlo trovavo un foglio, una penna a uno spazio silenzioso, per me.
Scrivere mi aiuta a fermare il tempo (ok, so già che mi direte che il tempo non esiste.... allora diciamo che ferma l'idea che di tempo abbiamo, ok?). Dunque, dicevo, che la scrittura è la mia migliore amica, mi aiuta a dipanare i piensieri che da sempre corrono veloci e che si perdono con tumulto e vivavicità nei meandri della mia immaginazione. Come tutti i viaggiatori che si spostino per mare (ovvio, vivo su un'isola!) ho bisogno di attraccare di tanto in tanto, di tirare l'ancora (e il respiro) e ascoltare e per farlo, scrivo.
Cosa scrivo? Di tutto, dalla lista della spesa (che puntualmente dimentico a casa e quindi, dico io, perché intestardirsi a farla!) alle cose che mi piacciono, dalle litigate con mia figlia, ai momenti più ameni di me e di lei, talvolta, passando per disquisizioni di dubbio valore filosofico quando cerco di interpretare i miei sogni (e quando mai ci becco, comunque,  per non perdermene neanche uno, ho preso l'abitudine di tenere un quaderno vicino al letto).
Ultimamente però m'è presa una fissa.
Mi sono cioè convinta che si finisca con l'attrarre ciò che si pensa e che quindi quanti più pensieri positivi nutriamo e alimentiamo in noi stessi, tanta più "abbondanza" troveremo lungo la via. Per tenere viva la fiamma dei buoni pensieri, mi diverto quindi a stilare un quotidiano elenco delle cose e/o delle persone/eventi per i quali essere grati o che semplicemente mi piacciono e mi fanno stare bene. La cosa sorprendente, è che ho capito che di motivi per i quali essere contenta io ne ho davvero molti e  che questi passano quotidianamente in sordina, sepolti dalle varie preoccupazioni lavorativo - familiari. Non solo: ho capito che siamo avari, che le nostre vite sono pervase da una sorta di stitichezza emotiva che mi ha stancata. Sono stufa (l'ho detto)  di perdere tempo, anestetizzandomi alla vita, rivestendo le mie affermazioni di quel cinismo che fa tanto chic e smart e magari cool (ci stava bene, dai), sedendomi in una qualunque sala d'aspetto della vita, in attesa che una presunta superfelicità formato famiglia, full optional e in superhd si presenti davanti a me. Ma quante vite devo vivere ancora per capire che è TUTTO QUI, che la perfezione ci circonda, che basta mettere il naso all'insù, tendere l'orecchio in mezzo a un prato, spogliarsi dei comportamenti di circostanza e frugare, instancabilmente cercare, quel quid di autentico, innato, semplice, non socialmente corrotto, che vive e palpita dentro di noi?
Le rare volte in cui riesco a fare silenzio dentro di me e a ricordare la mia fortuna, svaniscono i problemi, i pensieri, persino quell'orrenda inclinazione (inutile, per la verità) alla pre-occupazione e riesco, d'un tratto, a occuparmi, invece, di me e di chi amo. Il riconoscere la bellezza non significa rinunciare allo spirito critico che resta un ingrediente fondamentale per valutare e discernere ma che, se usato a dismisura, può diventare una lente deformante per interpretare la realtà .
In sostanza, non lo nego, io sono una grande amante della semplicità (che, state attenti, è complessità risolta e non fa rima con superficialità).
Maya o non Maya (a proposito, sia chiaro: carine tutte le battute che sono fiorite in materia ma ovviamente il cambiamento è in atto e come) io sento una crescente necessità di tornare alle origini, al significato delle cose (parole comprese: se ne abusa così spesso, che orrore!). E' come se percepissi che negli anni avessimo aggiunto sovrastrutture, falsi bisogni, etichette e istituzioni sociali di varia natura e genere alle nostre vite e ci fossimo allontanati dall'essenza delle cose. Guardate un bambino e fate caso a cosa lo inebria: una giornata di sole per uscire nel parco a esplorare il mondo, la carezza della madre, una parola gentile, un buon pasto, sonni confortevoli. E voi, di cosa avete bisogno per sentirvi appagati? e soprattutto, vi ricordate di esserne grati? Io troppo poco per la verità: è tempo che  cambi abitudini!


sabato 29 dicembre 2012

Come si saluta un WOW-anno?

Proprio ora che si avvicinano le ultime ore dell'anno, passo in rassegna i volti, le voci, le strette di mano, i silenzi e le risate che mi hanno tenuta per mano. Strano, è come sentire che improvvisamente la stanza è affollata, non tanto di persone, quanto di affetti, piccole epifanie, momenti di senso.

Questo è l'incip, o forse la conclusione di quanto ho nel cuore.

Il 2012 è stato un anno denso. Accipicchia, a pensarci adesso direi che di anni densi, intensi, a tratti interminabili, ne ho vissuti molti, ultimamente, e comunque, dicevo, il 2012 è stato "tosto".
Aiuto la mia mente poco razionale e poco avvezza (anzi, recalcitrante, direi) a sistematizzare anni di turbolenti cambiamenti, e lo faccio stilando elenchi. Che buffo, così facendo mi sembra di essere più obiettiva, di non lasciarmi impastare dalle emozioni, di mantenere uno sguardo limpido sulle cose (ovviamente sto mentendo a me stessa, mi sto convincendo che questo sia possibile e, soprattutto, che serva a qualcosa).
Fatto il dovuto silenzio nella mia testa e cercato quel momento di quiete che fa affiorare i pensieri puliti dal groviglio del sentire, direi che il 2012 è stato un WOW-anno.


Lo so, chi mi conosce un pò e ha seguito le mie vicissitudini, si starà grattando nervosamente la testa, stropiccinadosi gli occhi e bevendo qualcosa di forte (gli astemi, invece, se la prenderanno con un bel pezzo di cioccolata). Il 2012 è stato WOW, perché non ho avuto paura di guardare la paura fino infondo, dritta negli occhi  - che poi sono i miei, perché le paure sono nostre proiezioni. Se nel 2010 ho dato una poderosa rassettata alla mia vita, trovando il coraggio di dire cosa funzionava - all'epoca, probabilmente, poco, ma del resto, senza deragliamenti, non potremmo apprezzare la meraviglia di un viaggio -  nel 2012 ho dato seguito alle mie scelte, inizando a sentirmi nel vero senso della parola e a dare concretezza ai miei bisogni.
Potrei sintetizzare questi due anni di cui parlo, dicendo che il primo, il 2010, è stato l'anno del dire, mentre questo, quello del fare; di mezzo, ovvio, c'è stato il mare: quello cristallino dell'isola che mi fa da casa da 15 anni e che è diventato una parte di me.
E allora, visto che siamo in tema di fare, vediamo nello specifico cosa ho fatto:
  • In primo luogo ho fatto chiarezza e per raggiungerla con gli altri, si torna sempre lì, l'ho fatta dentro di me. Questo ha implicato che mi riconoscessi meno infallibile e all'altezza di una qualsivoglia aspettativa, come ero stata brava a raccontarmi per una vita
  • La conseguenza logica del punto uno, è stato il chiarirmi con gli altri, ridefinire i ruoli, le responsabilità, le  aspettative che è lecito ricadano su di me e quelle che invece - mi spiace tanto - ma non sono alla mia portata
  • Per poter sperare di avvicinarmi a realizzare il punto due, ho dovuto fare un entusiasmante esercizio di definizione degli spazi. Il "qui finisco io e là iniziano gli altri", mi ha regalato l'inebriante sensazione che si, anche io posso dire di no: nessuno ne muore e io ne guadagno in salute.
  • Nel mentre che facevo chiarezza dentro di me, capivo che i luoghi li fanno le persone e che le relazioni che vanno costituendosi, realizzano un intreccio di emozioni, storie condivise e racconti di vita, che definiscono i contorni di uno spazio, quello interiore, che non teme traslochi, distanza fisica, trascorrere del tempo: in qualsiasi momento io posso raggiungere quelle persone e quelle emozioni che fanno ormai parte di me.
  • A corollario di quanto scritto, e per quella chiarezza a me dovuta, ho capito che se si concretizzeranno le condizioni perchè io resti  all'isola d'Elba a continuare a occuparmi di una casa che non è un albergo che si chiama Hotel Cernia, sarò estremamente felice di farlo ma che se, viceversa, questo non dovesse essere più possibile proprio in virtù di quel ridefinirsi di ruoli, esigenze e situazioni, saluterò con un bell'inchino e tanta gratitudine una intensa e lunga pagina della mia vita, per scriverne una tutta nuova, senza abbandonare le persone che l'hanno resa unica.
Last but not least, ringrazio quindi:

  • La mia insaziabile curiosità, che ha mantenuto viva la voglia di scoprire, di conoscere, di viaggiare con la mente, in anni in cui le pastoie emotive mi tenevano bloccata
  • L'istinto materno, che ha calmato la mia impulsività e il mio innato ardore e che mi ha tenuta sull'isola, in momenti nei quali, probabilmente, fossi stata sola, ne sarei fuggita. Questo stesso istinto è quello che oggi mi fa guardare con gratitudine a tutto ciò che sono riuscita a seminare, nonostante tutto ma, anzi,  probabilmente proprio grazie alle difficoltà.
  • La rete di relazioni, sottile, quanto forte, invisibile quanto presente, che in questi anni è nata, proprio grazie a quel meraviglioso albergo nel quale fioriscono più che piante, rapporti straordinari, e che sempre viaggerà con me.
Proprio ora che si avvicinano le ultime ore dell'anno, passo in rassegna i volti, le voci, le strette di mano, i silenzi e le risate che mi hanno tenuta per mano. Strano, è come sentire che improvvisamente la stanza è affollata, non tanto di persone, quanto di affetti, piccole epifanie, momenti di senso.

E, credetemi, di momenti di senso ne ho vissuti davvero tanti, per questo sono felice di salutare questo bellissimo e importantissimo WOW - anno!



venerdì 28 dicembre 2012

Per due cose impara a non agitarti

Oggi ho capito che ci sono posti che fanno bene al cuore.
Posti che, quando ne varchi la soglia, sei pervaso da una forte energia positiva, quasi tu fossi appena uscito da una seduta di yoga, posti che ti rimettono a posto, che ti fanno guardare al mondo nella giusta prospettiva, che quando ci sei, ci sei sempre stata e il prima e il dopo non hanno senso di esistere.
Uno di questi, per me, è a Pistoia e si chiama Arcanami.


Ogni volta che ci vado, e sono anni che lo frequento, mi incanto, mi emoziono, torno a casa inebriata.
Uno dei cartelli all'entrata di questo piccolo spazio affettuoso, recita "entrate liberi, uscite contenti" (quale migliore augurio per una raminga come me) e fa intuire la filosofia di vita con cui Consuelo, la padrona di casa, gestisce la sua laboratozeria. 


Al suo interno, una collezione variopinta di opere prevalentemente ceramiche, libri, lanterne, bottoni magici, tuffatori, gufi, gomitoli di lana in barattolo (per quando si perde il filo) e un grande albero ad accogliere ogni mese un artista diverso tra le sue fronde chiare. 






Fanno da cornice a questo spazio incantato i quadri di Consuelo: tele di varie forme e dimensioni sulle quali restano intrappolati i suoi segni - a testimoniare una continua ricerca proiettata all'essenza delle cose - tant'è che l'individuo (spesso e non a caso solo) si riduce a un segno verticale su un'orizzonte, prevalentemente orizzontale. Spesso il suo "uno" si trasforma in sognante trapezista che vive sospeso tra due mondi, oppure in pavido esploratore (di sé,  ça va sans dire)  che tenta improbabili conquiste di fortezze inespugnabili con strettissime e lunghissime scale, munito, oltre che del suo coraggio, di un lunghissimo filo al quale tiene legata  a mò di palloncino, la luna, o una chiave (di volta, direi, conoscendo l'autrice) per alleviare un percorso  che mescola il reale all'onirico con singolare dolcezza. 


Il segno di Consuelo si fonde a parole, citazioni, frasi, morsi di lettura che le sono piaciuti e tra i quali, proprio oggi, ho scoperto che sì, la mia anima gemella esiste e si chiama Astolfo :).
Si, lo so, il nome è tutto un programma ma come non innamorarsene!


La casa di Consuelo fa bene al cuore, dicevo,  perchè è calda e ospitale, profuma di affetto e gesti felici, colleziona morsi di bellezza, pennellate di poetico vivere, non risparmia momenti di riflessione a chi, sentitosi libero di entrare, ne respira la ricerca dell'essenza che è tutt'altro che semplice perché richiede un costante ascolto, una coraggiosa ricerca mai paga di sé attraverso le pieghe più nascoste del nostro sentire, perchè solo chi ha amato le stelle troppo profondamente, riesce a non avere paura del buio (chi lo disse? quel geniaccio di Galileo, mi pare, e lui di stelle se ne intendeva!).
Andare da Arcanami, per me significa spogliarmi dei crucci e dei piccoli incidenti di percorso e tronare all'essenza, liberarmi del superfluo, fare spazio dentro di me, cercare il momento di quiete che restituisce ordine e giusto peso alle cose e soprattutto significa abbracciare un'amica, una sorella, una compagna di viaggio con cui ho condiviso molti momenti, molti silenzi, molte paure e molti progetti e che con sorprendente sincronicità negli accadimenti vicendevoli, ritrovo spesso vicina di percorso nonostante in apparenza le nostre vie siano molto distanti geograficamente e non solo.
Quando vado da Consuelo, non manco di ricordare che:




Se aveste voglia di conoscerla, la trovate a Pistoia in Via Cellesi, proprio dietro al delizioso mercato in Piazza della Sala ma non ditele che vi mando io: potrebbe sgranare gli occhi, aprirsi in un larghissimo sorriso e sbrillucciacare tutta!


mercoledì 26 dicembre 2012

A Natale puoi. Ma che significa?

A Natale puoi... recita il tormentone di una pubblicità che da anni mi suona nelle orecchie (beh, significa che come tormentone è azzeccato) ma non mi ero mai soffermata a pensare.
Ammetto che sono affetta da pregiudizio: tutto ciò che ha a che fare con il "panettone natalizio" e con il volto ultraconsumistico dello stesso, mi rivolta un pò. Per difendermi dall'imperversare di immagini patitnate di cori di bambini riccioli con sciarpetta rossa o di case che non pagano la bolletta, penso io, tanto sono illuminate a festa mentre le tavole, imbandite fino all'inverosimile, accolgono famiglie numerosissime (tutte fotogeniche, eh) felici e innamorate, spengo la mente. Si, avete capito bene, la spengo e accendo l'immaginazione e i ricordi.


Così mi capita di pensare al Natale di mio nonno, quando ai bambini si regalavano mandarini e noci e la mamma tirava fuori dalle zampe magre della sventurata pollastrella, il brodo per 12 (si, la tavola era sempre apparecchiata per lo stesso numero di commensali quanti erano gli apostoli, avete capito bene). Si frugava nel baule del corredo delle nonne per trovare una tovaglia, rigorosamente ricamata a mano da una trisavola, che restituisse alla tavola il tono cerimoniale della feste importanti. Mentre i vecchi parlavano sorseggiando del vino (che spesso non era gran che ma del resto era il migliore che avessero prodotto, chini tra quei pochi filari di vigna, per cui al palato suonava meglio di uno Chateau Lafite Rotschild), i bambini si dilettavano a improvvisare improbabili velieri con i gusci delle noci che facevano parte del prezioso bottino natalizio. Il tempo sembrava sospeso in quei giorni di festa che segnavano una tregua dal pesante lavoro nei campi e, anche se per poco, la vita sembrava più lieve e persino i gesti degli adulti, sempre curvi sui loro crucci, si ammorbidivano esplodendo, improvvisi, in impacciati buffetti sulle guance.
In questo susseguirsi rapido di immagini e ricordi, mi sono sempre rifugiata volentieri ma per una volta, quest'anno, non ne ho sentito il bisogno perché il mio Natale, finalmente, mi è sembrato sensato. 
Una tavola sobriamente imbandita a festa, un pranzo appetitoso ma ragionevole nelle quantità, e per regalo un tempo inatteso e insperato per parlare e sciogliere tensioni lungamente trattenute, con mio padre. Un confronto a cuore aperto con una persona della quale, nel bene e nel male, è intessuto il mio DNA e che relegare nello scantinato del non detto, del rimandato, del non voglio, mi è costato anni di infruttuosa ricerca di me stessa. Del resto un albero, privo delle sue radici, è impensabile che possa stendere i suoi rami al cielo.


Un Natale, il mio, che mi ha fatto riscoprire il piacere di giocare con mia figlia senza l'assillo del "ma i compiti li hai fatti?" "tra mezz'ora devi andare a pallavolo" oppure l'ever green, "alzati che fai tardi a scuola". Un Natale di sola essenza, nel senso più profondo del termine, cioè di ciò che costituisce la sostanza propria di una cosa, trascorso a cercare radici ma anche linfa per far crescere i rami giovani. E' così che ho capito che a Natale puoi, andare contro i dettami classici che ci vogliono tutti (infelici e forzati) attorno a una tavola chilometrica, a rimpinzarci di leccornie che in realtà ormai sono disponibili ogni giorno, quindi dove è il senso della festa?
Vi dirò di più, penso con ragionevole margine di certezza, che in realtà questo impegno possa accompagnarci tutti i giorni dell'anno e che il Natale possa aiutarci a celebrarne i frutti, consacrando con i nostri affetti più sinceri, il significato profondo della nostra ricerca interiore.
Ecco, con tutte queste dovute premesse e proprio ora che guarda caso è passato, adesso dicevo, sono pronta a augurarlo a tutti e a cuore aperto: Buon non Natale a tutti :)

domenica 23 dicembre 2012

E se bastasse non fare assolutamente niente?


E' potente, il fuoco.
E' un richiamo antico, emerge dalle nebbie dei ricordi, si insinua nel tuo adesso e sussurra storie. Capisco perché ci si riunisse a "veglia" attorno al camino, a raccontarsi storie, prima che l'arrivo di una tivvù in ogni casa scompaginasse questa abitudine, e mi piace pensare a tutte le volte che mi svegliavo presto, a casa, per godere del tepore del fuoco che mia mamma accendeva all'alba, in completa solitudine. Quell'abitudine vive dentro di me. Più che l'abitudine (a casa mia non ho il camino, sarebbe dura farla sopravvivere) continua a essere presente in me quell'attitudine solitaria, che si compiace dei momenti di silenzioso ascoltare, interrotti da una lettura piacevole o un semplice sguardo fuori dalla finestra. In questi giorni di fine anno, più che mai  mi piace dare libero sfogo a questa indole riflessiva e mi compiaccio nell'osservare quante cose inutili al viaggio siamo capaci di collezionare dentro di noi. Avete presente il trasloco di una casa? Il momento preciso in cui si aprono gli armadi per riempire gli scatoloni delle cose in essi contenuti, e si realizza improvvisamente che negli anni siamo stati in grado di collezionare una quantità spaventosa di roba inutile, che neanche immaginavamo di avere immagazzinato? Credo che da un giro nei cassonetti, si sia in grado di capire se in zona qualcuno sta traslocando. Ebbene, la sensazione che ho dentro di me in questi giorni di fine anno, è la medesima. Mi accorgo cioè, nello stare quieta con me stessa, che spontaneamente mi libero di molti orpelli, di tanto inatteso superfluo collezionato durante il percorso. Mi rendo  conto che davvero basta poco e che le risposte (qualora ci si aspetti di ottenerle) sono custodite dentro di noi e non nei rapporti che si vanno costruendo. In quest'ottica, non solo si ridimensione quel carico di aspettative (spesso schiacciante) nei confronti di chi incrociamo, ma si sperimenta la possibilità di affinare sguardi altri su quanto ci circonda, esprimendo un'atteggiamento più volitivo su una realtà che, a conti fatti, siamo noi a creare con i nostri pensieri e il nostro sentire.
Mentre imperversano Auguri di ogni bene e immagini di prosperità innevata, sento in cuor mio il bisogno di prolungare questo spazio di silenzio per fare spazio, allargare il respiro, prepararmi a sguardi nuovi e a prospettive inattese. Del resto lo diceva anche Eddie Vedder che l'essenza dello spirito dell'uomo sta nelle nuove esperienze, e immagino sia questo l'augurio che in cuor mio sento di fare a chiunque si senta pronto per un cambiamento radicale. Non temete, non occorre fare niente in realtà: è sufficiente smettere di opporre resistenza a ciò di cui ci viene quotidianamente proposto di fare esperienza. Tutto qua!

mercoledì 19 dicembre 2012

E tu, balli ancora in cucina?

E' mezz'ora che mia figlia è chiusa in camera. Ripete in modo ossessivo una filastrocca di Natale che ha appena composto per la sua famiglia. Mi intenerisce e mi affascina il suo mondo, eroicamente intriso di poetica magia, a dispetto del prosaico che quotidianamente bussa con insistenza alla nostra porta. Credo che i veri eroi siano i puri, i veri, quelli che ci credono perchè lo sentono, che vivono il presente con trasporto e godimento perché si arrendono a  questo attimo,  veramente, completamente, senza opporre resistenza alcuna.
Più vado avanti con gli anni, più mi rendo conto che davvero per i più la crescita rappresenti un lungo, graduale, inesorabile percorso nell'oblio. Si tende infatti a dimenticare, a cancellare, a ritagliare la realtà a propria immagine, allontanandosi spesso dal senso vero e profondo delle cose, pena un giorno qualunque, di piovosissimo nulla, rendersi conto che si sta vivendo la vita di qualcun'altro, interpretando ruoli che ci hanno appiccicato sulla schiena per renderci immediatamente riconoscibili nel supermercato della vita, perdendosi di vista.
Per scongiurare il pericolo, credo che si dovrebbe vivere a contatto con i bambini, i veri saggi, insieme agli anziani che faticano a trovare una giusta collocazione in una società che pretende di non invecchiare mai (solo in apparenza, ovvio) e ci si dovrebbero consentire più follie quotidiane, iniziando con il prendersi meno sul serio, lasciando scivolare una buona dose di leggerezza sulla propria vita. Per dirne una, non credo che necessariamente la professionalità di una persona passi attraverso un modo sobrio di vestire, un'auto in ordine e un biglietto da visita inappuntabile: come al solito in questo elenco manca l'ingrediente principale, quello umano.
Nel fare selezione del personale, ho sempre badato al curriculum ma solo per capire se c'era una capacità organizzativa dei pensieri e una qualità nello scrivere, oltre che una esperienza pregressa (che però, in base ai ruoli, non è mai stata indispensabile)... per il resto trovo i curricula spesso noiosi, scarsamente indicativi delle qualità umane e della potenzialità creativa dei candidati che sono per me elementi imprescindibili in un lavoro di squadra. In una parola, i bambini non scriverebbero mai una sequenza così noiosa di cose inutili: bisognerebbe davvero imparare da loro!
Di recente ho chiesto di fare un colloquio. Non mi occupo più direttamente di selezione del personale ma, trattandosi di un ruolo immediatamente sottoposto al mio, ho chiesto di poter incontrare la candidata. Il motivo? Volevo "sentire" la persona, capire se si trattava di una persona ancora capace di ballare, anche se l'unico posto possibile è la cucina, di quelle che piacciono a me, le uniche con le quali si possa tentare di costruire qualcosa insieme....

sabato 15 dicembre 2012

Mai della misura giusta al posto giusto

Ho spesso sentito chiedere "quando inizia un viaggio?" e le risposte, copiose e spesso convincenti, le ho bevute tutte d'un fiato.
Ma una vita, quando comincia una nuova vita? Quando metti in discussione quello che è stato? Quando decidi di andare via per non sai dove? O quando, dopo lungo spulciare annunci e guardare improbabili immobili, intuisci il luogo in cui far sentire il tuo cuore a casa? Qual è quell'attimo, quel momento che ti fa capire che stai lasciando qualcosa per abbracciare altro, e poi, lo lasci davvero o si trasforma dentro di te? C'è bisogno di un atto di lucido fare o è un naturale evolversi che apre nuove porte, ti invita a nuovi viaggi, ti aspetta ammiccante dietro l'angolo?

Mi chiedo quale sia stato il primo presuntuoso pensiero che, instillatosi nella mia mente giovane e poco avvezza ai crucci di percorso, mi abbia fatto ragionare per sentito dire, perché così fan tutti, perché me lo hanno insegnato i grandi. Oggi, si, che quaranta primavere non hanno ancora bussato alla mia porta,  mi chiedo quale è stato l'attimo in cui mi sono lasciata, o forse non mi sono mai trovata? Come ho fatto, dico io, a vivere senza di me, a fare a meno della mia pelle, del mio respiro, del calore delle mie guance quando mi sveglio stropicciata? Mentre cerco di imparare ad accogliere, spegnere la mente che mente e che giudica, spietata e vivisezionante, mi sfugge l'idea di essere stata presuntuosa fin tanto che ho creduto di vivere per accontentare gli altri, perdendo di vista ME, chi fossi io e dimenticando quindi che la scelta, sempre e comunque, è soltanto la mia e che da essa può dipendere anche la felicità altrui che può ambire dunque a essere piena e non un mero accontentarsi.
Ieri sera ho visto Alice in Wonderland, o forse è lei che ha visto me, e beffarda mi ha sorriso come chi, quel cruccio di non essere mai della misura giusta al posto giusto, lo conosce da vicino.