Insperato e inatteso, fortuito e benedetto mi è arrivato in regalo da Mafe "il diritto di stare male, essere egoista e di arrabbiarmi, ogni tanto, per poi
accettare che possiamo migliorare tutti, anche io e che
"essere se stessi" non è il traguardo, è il punto da cui partiamo tutti".
E' un regalo prezioso, che insegna il valore dell'esperienza come viatico per la conoscenza, dell'introspezione come balzo necessario per spiccare il volo.
Un balzo che si rende indispensabile e che passa attraverso la mia capacità di tagliare un cordone ombelicale emotivo con quanto è stato, per cercare nuovi lidi e altre forme espressive. Del resto "la soglia è interpretata come un passaggio obbligato non solo perché ci è inflitto dalla vita ma anche perché decidiamo di farci carico del frangente che stiamo attraversando; decidiamo, insomma, di essere, anche se nostro malgrado, protagonisti del dramma che stiamo vivendo".
Nel farlo, saluterò questi luoghi e la mia vecchia casa festeggiando quanto più possibile con le persone e gli incontri che hanno reso importanti questi anni di crescita. A incoraggiarmi in questa direzione, un incontro folgorante con una delle tante persone che amano l'Elba silenziosamente e profondamente e che dedicano il loro tempo, la loro creatività e le loro energie alle proprie passioni. Si tratta di Luca Polesi, maestro d'arte visionario, direi io, perché ha il raro dono di saper guardare oltre le apparenze per immaginare forme e composizioni di materiali (rigorosamente riciclati) audaci e creativi, regalando una seconda vita alle cose.
Dedicherò a Luca uno spazio più ampio nei miei racconti ma al momento sento che quest'incontro e l'emozione che mi ha suscitato, mi aiutano a ad affrontare con la giusta energia e dose di entusiasmo un saluto all'Hotel Cernia per come vorrei che fosse: pieno di amore e gratitudine per quest'isola ma onesto, senza cocci in tasca, a tratti velato della tristezza che ammanta i saluti commossi. Ci saranno eventi e incontri e persone da conoscere e passioni da condividere e soprattutto una grande e spudorata dichiarazione d'amore per l'Elba, capace di sedurre moltissime persone che con grande creatività si impegnano a restituirle bellezza attraverso le loro opere.
L'isola viaggerà con me, ovunque io sia diretta e insieme a lei, tutti gli sguardi sinceri e puliti di chi come me, la ama e ne sogna un destino migliore di quello attuale.
A Mafe de Baggis e alla sua straordinaria limpidezza di pensiero, dedico queste mie righe tumultuose, con l'impegno di fare tesoro di tutto ciò che mi ha portato fin qui perché "La crisi (...) può diventare
un’occasione per cogliere l’intensità del momento e per descrivere il
mondo in un modo nuovo o restare un evento senza senso, subito e non
compreso. Qualcosa che non ci farà cambiare perché non saremo riusciti a
raccontarlo e a leggerlo o qualcosa che ci trasformerà perché saremo
riusciti ad usarne l’intensità.”
Grazie Mafe, ti aspetto.
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martedì 19 febbraio 2013
lunedì 7 gennaio 2013
Guardate un bambino: cosa lo inebria?
Scrivo da sempre.
No, beh, da quando ne ho memoria.
La scrittura è sempre stata la mia migliore amica. Avete presente l'età in cui tutti i bambini hanno un amico immaginario? beh, io avevo il mio diario. Mi seguiva ovunque e quando non c'era, a sostituirlo trovavo un foglio, una penna a uno spazio silenzioso, per me.
Scrivere mi aiuta a fermare il tempo (ok, so già che mi direte che il tempo non esiste.... allora diciamo che ferma l'idea che di tempo abbiamo, ok?). Dunque, dicevo, che la scrittura è la mia migliore amica, mi aiuta a dipanare i piensieri che da sempre corrono veloci e che si perdono con tumulto e vivavicità nei meandri della mia immaginazione. Come tutti i viaggiatori che si spostino per mare (ovvio, vivo su un'isola!) ho bisogno di attraccare di tanto in tanto, di tirare l'ancora (e il respiro) e ascoltare e per farlo, scrivo.
Cosa scrivo? Di tutto, dalla lista della spesa (che puntualmente dimentico a casa e quindi, dico io, perché intestardirsi a farla!) alle cose che mi piacciono, dalle litigate con mia figlia, ai momenti più ameni di me e di lei, talvolta, passando per disquisizioni di dubbio valore filosofico quando cerco di interpretare i miei sogni (e quando mai ci becco, comunque, per non perdermene neanche uno, ho preso l'abitudine di tenere un quaderno vicino al letto).
Ultimamente però m'è presa una fissa.
Mi sono cioè convinta che si finisca con l'attrarre ciò che si pensa e che quindi quanti più pensieri positivi nutriamo e alimentiamo in noi stessi, tanta più "abbondanza" troveremo lungo la via. Per tenere viva la fiamma dei buoni pensieri, mi diverto quindi a stilare un quotidiano elenco delle cose e/o delle persone/eventi per i quali essere grati o che semplicemente mi piacciono e mi fanno stare bene. La cosa sorprendente, è che ho capito che di motivi per i quali essere contenta io ne ho davvero molti e che questi passano quotidianamente in sordina, sepolti dalle varie preoccupazioni lavorativo - familiari. Non solo: ho capito che siamo avari, che le nostre vite sono pervase da una sorta di stitichezza emotiva che mi ha stancata. Sono stufa (l'ho detto) di perdere tempo, anestetizzandomi alla vita, rivestendo le mie affermazioni di quel cinismo che fa tanto chic e smart e magari cool (ci stava bene, dai), sedendomi in una qualunque sala d'aspetto della vita, in attesa che una presunta superfelicità formato famiglia, full optional e in superhd si presenti davanti a me. Ma quante vite devo vivere ancora per capire che è TUTTO QUI, che la perfezione ci circonda, che basta mettere il naso all'insù, tendere l'orecchio in mezzo a un prato, spogliarsi dei comportamenti di circostanza e frugare, instancabilmente cercare, quel quid di autentico, innato, semplice, non socialmente corrotto, che vive e palpita dentro di noi?
Le rare volte in cui riesco a fare silenzio dentro di me e a ricordare la mia fortuna, svaniscono i problemi, i pensieri, persino quell'orrenda inclinazione (inutile, per la verità) alla pre-occupazione e riesco, d'un tratto, a occuparmi, invece, di me e di chi amo. Il riconoscere la bellezza non significa rinunciare allo spirito critico che resta un ingrediente fondamentale per valutare e discernere ma che, se usato a dismisura, può diventare una lente deformante per interpretare la realtà .
In sostanza, non lo nego, io sono una grande amante della semplicità (che, state attenti, è complessità risolta e non fa rima con superficialità).
Maya o non Maya (a proposito, sia chiaro: carine tutte le battute che sono fiorite in materia ma ovviamente il cambiamento è in atto e come) io sento una crescente necessità di tornare alle origini, al significato delle cose (parole comprese: se ne abusa così spesso, che orrore!). E' come se percepissi che negli anni avessimo aggiunto sovrastrutture, falsi bisogni, etichette e istituzioni sociali di varia natura e genere alle nostre vite e ci fossimo allontanati dall'essenza delle cose. Guardate un bambino e fate caso a cosa lo inebria: una giornata di sole per uscire nel parco a esplorare il mondo, la carezza della madre, una parola gentile, un buon pasto, sonni confortevoli. E voi, di cosa avete bisogno per sentirvi appagati? e soprattutto, vi ricordate di esserne grati? Io troppo poco per la verità: è tempo che cambi abitudini!
No, beh, da quando ne ho memoria.
La scrittura è sempre stata la mia migliore amica. Avete presente l'età in cui tutti i bambini hanno un amico immaginario? beh, io avevo il mio diario. Mi seguiva ovunque e quando non c'era, a sostituirlo trovavo un foglio, una penna a uno spazio silenzioso, per me.
Scrivere mi aiuta a fermare il tempo (ok, so già che mi direte che il tempo non esiste.... allora diciamo che ferma l'idea che di tempo abbiamo, ok?). Dunque, dicevo, che la scrittura è la mia migliore amica, mi aiuta a dipanare i piensieri che da sempre corrono veloci e che si perdono con tumulto e vivavicità nei meandri della mia immaginazione. Come tutti i viaggiatori che si spostino per mare (ovvio, vivo su un'isola!) ho bisogno di attraccare di tanto in tanto, di tirare l'ancora (e il respiro) e ascoltare e per farlo, scrivo.
Cosa scrivo? Di tutto, dalla lista della spesa (che puntualmente dimentico a casa e quindi, dico io, perché intestardirsi a farla!) alle cose che mi piacciono, dalle litigate con mia figlia, ai momenti più ameni di me e di lei, talvolta, passando per disquisizioni di dubbio valore filosofico quando cerco di interpretare i miei sogni (e quando mai ci becco, comunque, per non perdermene neanche uno, ho preso l'abitudine di tenere un quaderno vicino al letto).
Ultimamente però m'è presa una fissa.
Mi sono cioè convinta che si finisca con l'attrarre ciò che si pensa e che quindi quanti più pensieri positivi nutriamo e alimentiamo in noi stessi, tanta più "abbondanza" troveremo lungo la via. Per tenere viva la fiamma dei buoni pensieri, mi diverto quindi a stilare un quotidiano elenco delle cose e/o delle persone/eventi per i quali essere grati o che semplicemente mi piacciono e mi fanno stare bene. La cosa sorprendente, è che ho capito che di motivi per i quali essere contenta io ne ho davvero molti e che questi passano quotidianamente in sordina, sepolti dalle varie preoccupazioni lavorativo - familiari. Non solo: ho capito che siamo avari, che le nostre vite sono pervase da una sorta di stitichezza emotiva che mi ha stancata. Sono stufa (l'ho detto) di perdere tempo, anestetizzandomi alla vita, rivestendo le mie affermazioni di quel cinismo che fa tanto chic e smart e magari cool (ci stava bene, dai), sedendomi in una qualunque sala d'aspetto della vita, in attesa che una presunta superfelicità formato famiglia, full optional e in superhd si presenti davanti a me. Ma quante vite devo vivere ancora per capire che è TUTTO QUI, che la perfezione ci circonda, che basta mettere il naso all'insù, tendere l'orecchio in mezzo a un prato, spogliarsi dei comportamenti di circostanza e frugare, instancabilmente cercare, quel quid di autentico, innato, semplice, non socialmente corrotto, che vive e palpita dentro di noi?
Le rare volte in cui riesco a fare silenzio dentro di me e a ricordare la mia fortuna, svaniscono i problemi, i pensieri, persino quell'orrenda inclinazione (inutile, per la verità) alla pre-occupazione e riesco, d'un tratto, a occuparmi, invece, di me e di chi amo. Il riconoscere la bellezza non significa rinunciare allo spirito critico che resta un ingrediente fondamentale per valutare e discernere ma che, se usato a dismisura, può diventare una lente deformante per interpretare la realtà .
In sostanza, non lo nego, io sono una grande amante della semplicità (che, state attenti, è complessità risolta e non fa rima con superficialità).
Maya o non Maya (a proposito, sia chiaro: carine tutte le battute che sono fiorite in materia ma ovviamente il cambiamento è in atto e come) io sento una crescente necessità di tornare alle origini, al significato delle cose (parole comprese: se ne abusa così spesso, che orrore!). E' come se percepissi che negli anni avessimo aggiunto sovrastrutture, falsi bisogni, etichette e istituzioni sociali di varia natura e genere alle nostre vite e ci fossimo allontanati dall'essenza delle cose. Guardate un bambino e fate caso a cosa lo inebria: una giornata di sole per uscire nel parco a esplorare il mondo, la carezza della madre, una parola gentile, un buon pasto, sonni confortevoli. E voi, di cosa avete bisogno per sentirvi appagati? e soprattutto, vi ricordate di esserne grati? Io troppo poco per la verità: è tempo che cambi abitudini!
sabato 29 dicembre 2012
Come si saluta un WOW-anno?
Proprio
ora che si avvicinano le ultime ore dell'anno, passo in rassegna i
volti, le voci, le strette di mano, i silenzi e le risate che mi hanno
tenuta per mano. Strano, è come sentire che improvvisamente la stanza è
affollata, non tanto di persone, quanto di affetti, piccole epifanie,
momenti di senso.
Questo è l'incip, o forse la conclusione di quanto ho nel cuore.
Il 2012 è stato un anno denso. Accipicchia, a pensarci adesso direi che di anni densi, intensi, a tratti interminabili, ne ho vissuti molti, ultimamente, e comunque, dicevo, il 2012 è stato "tosto".
Aiuto la mia mente poco razionale e poco avvezza (anzi, recalcitrante, direi) a sistematizzare anni di turbolenti cambiamenti, e lo faccio stilando elenchi. Che buffo, così facendo mi sembra di essere più obiettiva, di non lasciarmi impastare dalle emozioni, di mantenere uno sguardo limpido sulle cose (ovviamente sto mentendo a me stessa, mi sto convincendo che questo sia possibile e, soprattutto, che serva a qualcosa).
Fatto il dovuto silenzio nella mia testa e cercato quel momento di quiete che fa affiorare i pensieri puliti dal groviglio del sentire, direi che il 2012 è stato un WOW-anno.
Lo so, chi mi conosce un pò e ha seguito le mie vicissitudini, si starà grattando nervosamente la testa, stropiccinadosi gli occhi e bevendo qualcosa di forte (gli astemi, invece, se la prenderanno con un bel pezzo di cioccolata). Il 2012 è stato WOW, perché non ho avuto paura di guardare la paura fino infondo, dritta negli occhi - che poi sono i miei, perché le paure sono nostre proiezioni. Se nel 2010 ho dato una poderosa rassettata alla mia vita, trovando il coraggio di dire cosa funzionava - all'epoca, probabilmente, poco, ma del resto, senza deragliamenti, non potremmo apprezzare la meraviglia di un viaggio - nel 2012 ho dato seguito alle mie scelte, inizando a sentirmi nel vero senso della parola e a dare concretezza ai miei bisogni.
Potrei sintetizzare questi due anni di cui parlo, dicendo che il primo, il 2010, è stato l'anno del dire, mentre questo, quello del fare; di mezzo, ovvio, c'è stato il mare: quello cristallino dell'isola che mi fa da casa da 15 anni e che è diventato una parte di me.
E allora, visto che siamo in tema di fare, vediamo nello specifico cosa ho fatto:
- In primo luogo ho fatto chiarezza e per raggiungerla con gli altri, si torna sempre lì, l'ho fatta dentro di me. Questo ha implicato che mi riconoscessi meno infallibile e all'altezza di una qualsivoglia aspettativa, come ero stata brava a raccontarmi per una vita
- La conseguenza logica del punto uno, è stato il chiarirmi con gli altri, ridefinire i ruoli, le responsabilità, le aspettative che è lecito ricadano su di me e quelle che invece - mi spiace tanto - ma non sono alla mia portata
- Per poter sperare di avvicinarmi a realizzare il punto due, ho dovuto fare un entusiasmante esercizio di definizione degli spazi. Il "qui finisco io e là iniziano gli altri", mi ha regalato l'inebriante sensazione che si, anche io posso dire di no: nessuno ne muore e io ne guadagno in salute.
- Nel mentre che facevo chiarezza dentro di me, capivo che i luoghi li fanno le persone e che le relazioni che vanno costituendosi, realizzano un intreccio di emozioni, storie condivise e racconti di vita, che definiscono i contorni di uno spazio, quello interiore, che non teme traslochi, distanza fisica, trascorrere del tempo: in qualsiasi momento io posso raggiungere quelle persone e quelle emozioni che fanno ormai parte di me.
- A corollario di quanto scritto, e per quella chiarezza a me dovuta, ho capito che se si concretizzeranno le condizioni perchè io resti all'isola d'Elba a continuare a occuparmi di una casa che non è un albergo che si chiama Hotel Cernia, sarò estremamente felice di farlo ma che se, viceversa, questo non dovesse essere più possibile proprio in virtù di quel ridefinirsi di ruoli, esigenze e situazioni, saluterò con un bell'inchino e tanta gratitudine una intensa e lunga pagina della mia vita, per scriverne una tutta nuova, senza abbandonare le persone che l'hanno resa unica.
- La mia insaziabile curiosità, che ha mantenuto viva la voglia di scoprire, di conoscere, di viaggiare con la mente, in anni in cui le pastoie emotive mi tenevano bloccata
- L'istinto materno, che ha calmato la mia impulsività e il mio innato ardore e che mi ha tenuta sull'isola, in momenti nei quali, probabilmente, fossi stata sola, ne sarei fuggita. Questo stesso istinto è quello che oggi mi fa guardare con gratitudine a tutto ciò che sono riuscita a seminare, nonostante tutto ma, anzi, probabilmente proprio grazie alle difficoltà.
- La rete di relazioni, sottile, quanto forte, invisibile quanto presente, che in questi anni è nata, proprio grazie a quel meraviglioso albergo nel quale fioriscono più che piante, rapporti straordinari, e che sempre viaggerà con me.
Proprio
ora che si avvicinano le ultime ore dell'anno, passo in rassegna i
volti, le voci, le strette di mano, i silenzi e le risate che mi hanno
tenuta per mano. Strano, è come sentire che improvvisamente la stanza è
affollata, non tanto di persone, quanto di affetti, piccole epifanie,
momenti di senso.
E, credetemi, di momenti di senso ne ho vissuti davvero tanti, per questo sono felice di salutare questo bellissimo e importantissimo WOW - anno!
mercoledì 26 dicembre 2012
Ne devo eliminare quattro, di maschi!
Mentre mi godo pienamente questo pomeriggio di ordinario tepore casalingo, mentre fuori imperversa l'uggia novembrina, (si, lo so, è dicembre ma che ci posso fare se oggi sembra una tipica giornata umidiccia e piovosetta di novembre?); mentre me ne sto quieta davanti al fuoco a leggere, dicevo, una vocetta mi distoglie dalla lettura. "Ne devo eliminare quattro, di maschi" e poi: "no, vabbè ma sull'albero di Natale i maschi no e poi 'sti caproni, uffa basta".
Incredula e basita, mi volto lentamente senza esser notata, e vedo mia figlia intenta a giocare da sola sul tavolo di cucina. No, a dire il vero non è da sola perché nel giro di 10 minuti è riuscita a radunare una quantità impressionante di gufi, alci, tartarughe, angioletti e piccole amenità da comodino, organizzando la flotta in veri e propri girotondi tematici (prevalentemente il criterio di scelta si orienta alle razze animali, evitando se possibile gli incorci). Mentre canticchia "la casa delle femmine è più bella sai, perché hanno più gusto, si sa" e rincara esclamando: "la casa dei maschi è fatta a casaccio, mica san fare le cose yeh", da madre mi chiedo se non abbia calcato troppo la mano con letture femminili e se non c'entri qualcosa la pubblicità dei rotoloni Regina (che mia figlia adora e guarda e riguarda a ripetizione) che ritrae un principe cialtrone e inconcludente che anzichè leggere il messaggio della sua bella, si bea della morbidezza della carta igienica.
Nel dubbio, son sincera, me la rido un pò e fatico a tornare alla mia lettura senza che i suoi gorgheggi non mi distolgano l'attenzione e mi compiaccio davvero molto della capacità, prevalentemente infantile, di creare incanto e mondi immaginari in men che non si dica e a partire da quello che si ha a disposizione. Detto ciò, che resti tra noi, non invidio il ragazzino che avrà la sventura di incontrarla!
A Natale puoi. Ma che significa?
A Natale puoi... recita il tormentone di una pubblicità che da anni mi suona nelle orecchie (beh, significa che come tormentone è azzeccato) ma non mi ero mai soffermata a pensare.
Ammetto che sono affetta da pregiudizio: tutto ciò che ha a che fare con il "panettone natalizio" e con il volto ultraconsumistico dello stesso, mi rivolta un pò. Per difendermi dall'imperversare di immagini patitnate di cori di bambini riccioli con sciarpetta rossa o di case che non pagano la bolletta, penso io, tanto sono illuminate a festa mentre le tavole, imbandite fino all'inverosimile, accolgono famiglie numerosissime (tutte fotogeniche, eh) felici e innamorate, spengo la mente. Si, avete capito bene, la spengo e accendo l'immaginazione e i ricordi.
Così mi capita di pensare al Natale di mio nonno, quando ai bambini si regalavano mandarini e noci e la mamma tirava fuori dalle zampe magre della sventurata pollastrella, il brodo per 12 (si, la tavola era sempre apparecchiata per lo stesso numero di commensali quanti erano gli apostoli, avete capito bene). Si frugava nel baule del corredo delle nonne per trovare una tovaglia, rigorosamente ricamata a mano da una trisavola, che restituisse alla tavola il tono cerimoniale della feste importanti. Mentre i vecchi parlavano sorseggiando del vino (che spesso non era gran che ma del resto era il migliore che avessero prodotto, chini tra quei pochi filari di vigna, per cui al palato suonava meglio di uno Chateau Lafite Rotschild), i bambini si dilettavano a improvvisare improbabili velieri con i gusci delle noci che facevano parte del prezioso bottino natalizio. Il tempo sembrava sospeso in quei giorni di festa che segnavano una tregua dal pesante lavoro nei campi e, anche se per poco, la vita sembrava più lieve e persino i gesti degli adulti, sempre curvi sui loro crucci, si ammorbidivano esplodendo, improvvisi, in impacciati buffetti sulle guance.
In questo susseguirsi rapido di immagini e ricordi, mi sono sempre rifugiata volentieri ma per una volta, quest'anno, non ne ho sentito il bisogno perché il mio Natale, finalmente, mi è sembrato sensato.
Una tavola sobriamente imbandita a festa, un pranzo appetitoso ma ragionevole nelle quantità, e per regalo un tempo inatteso e insperato per parlare e sciogliere tensioni lungamente trattenute, con mio padre. Un confronto a cuore aperto con una persona della quale, nel bene e nel male, è intessuto il mio DNA e che relegare nello scantinato del non detto, del rimandato, del non voglio, mi è costato anni di infruttuosa ricerca di me stessa. Del resto un albero, privo delle sue radici, è impensabile che possa stendere i suoi rami al cielo.
Un Natale, il mio, che mi ha fatto riscoprire il piacere di giocare con mia figlia senza l'assillo del "ma i compiti li hai fatti?" "tra mezz'ora devi andare a pallavolo" oppure l'ever green, "alzati che fai tardi a scuola". Un Natale di sola essenza, nel senso più profondo del termine, cioè di ciò che costituisce la sostanza propria di una cosa, trascorso a cercare radici ma anche linfa per far crescere i rami giovani. E' così che ho capito che a Natale puoi, andare contro i dettami classici che ci vogliono tutti (infelici e forzati) attorno a una tavola chilometrica, a rimpinzarci di leccornie che in realtà ormai sono disponibili ogni giorno, quindi dove è il senso della festa?
Vi dirò di più, penso con ragionevole margine di certezza, che in realtà questo impegno possa accompagnarci tutti i giorni dell'anno e che il Natale possa aiutarci a celebrarne i frutti, consacrando con i nostri affetti più sinceri, il significato profondo della nostra ricerca interiore.
Ecco, con tutte queste dovute premesse e proprio ora che guarda caso è passato, adesso dicevo, sono pronta a augurarlo a tutti e a cuore aperto: Buon non Natale a tutti :)
Ammetto che sono affetta da pregiudizio: tutto ciò che ha a che fare con il "panettone natalizio" e con il volto ultraconsumistico dello stesso, mi rivolta un pò. Per difendermi dall'imperversare di immagini patitnate di cori di bambini riccioli con sciarpetta rossa o di case che non pagano la bolletta, penso io, tanto sono illuminate a festa mentre le tavole, imbandite fino all'inverosimile, accolgono famiglie numerosissime (tutte fotogeniche, eh) felici e innamorate, spengo la mente. Si, avete capito bene, la spengo e accendo l'immaginazione e i ricordi.
Così mi capita di pensare al Natale di mio nonno, quando ai bambini si regalavano mandarini e noci e la mamma tirava fuori dalle zampe magre della sventurata pollastrella, il brodo per 12 (si, la tavola era sempre apparecchiata per lo stesso numero di commensali quanti erano gli apostoli, avete capito bene). Si frugava nel baule del corredo delle nonne per trovare una tovaglia, rigorosamente ricamata a mano da una trisavola, che restituisse alla tavola il tono cerimoniale della feste importanti. Mentre i vecchi parlavano sorseggiando del vino (che spesso non era gran che ma del resto era il migliore che avessero prodotto, chini tra quei pochi filari di vigna, per cui al palato suonava meglio di uno Chateau Lafite Rotschild), i bambini si dilettavano a improvvisare improbabili velieri con i gusci delle noci che facevano parte del prezioso bottino natalizio. Il tempo sembrava sospeso in quei giorni di festa che segnavano una tregua dal pesante lavoro nei campi e, anche se per poco, la vita sembrava più lieve e persino i gesti degli adulti, sempre curvi sui loro crucci, si ammorbidivano esplodendo, improvvisi, in impacciati buffetti sulle guance.
In questo susseguirsi rapido di immagini e ricordi, mi sono sempre rifugiata volentieri ma per una volta, quest'anno, non ne ho sentito il bisogno perché il mio Natale, finalmente, mi è sembrato sensato.
Una tavola sobriamente imbandita a festa, un pranzo appetitoso ma ragionevole nelle quantità, e per regalo un tempo inatteso e insperato per parlare e sciogliere tensioni lungamente trattenute, con mio padre. Un confronto a cuore aperto con una persona della quale, nel bene e nel male, è intessuto il mio DNA e che relegare nello scantinato del non detto, del rimandato, del non voglio, mi è costato anni di infruttuosa ricerca di me stessa. Del resto un albero, privo delle sue radici, è impensabile che possa stendere i suoi rami al cielo.
Un Natale, il mio, che mi ha fatto riscoprire il piacere di giocare con mia figlia senza l'assillo del "ma i compiti li hai fatti?" "tra mezz'ora devi andare a pallavolo" oppure l'ever green, "alzati che fai tardi a scuola". Un Natale di sola essenza, nel senso più profondo del termine, cioè di ciò che costituisce la sostanza propria di una cosa, trascorso a cercare radici ma anche linfa per far crescere i rami giovani. E' così che ho capito che a Natale puoi, andare contro i dettami classici che ci vogliono tutti (infelici e forzati) attorno a una tavola chilometrica, a rimpinzarci di leccornie che in realtà ormai sono disponibili ogni giorno, quindi dove è il senso della festa?
Vi dirò di più, penso con ragionevole margine di certezza, che in realtà questo impegno possa accompagnarci tutti i giorni dell'anno e che il Natale possa aiutarci a celebrarne i frutti, consacrando con i nostri affetti più sinceri, il significato profondo della nostra ricerca interiore.
Ecco, con tutte queste dovute premesse e proprio ora che guarda caso è passato, adesso dicevo, sono pronta a augurarlo a tutti e a cuore aperto: Buon non Natale a tutti :)
domenica 23 dicembre 2012
E se bastasse non fare assolutamente niente?
E' potente, il fuoco.
E' un richiamo antico, emerge dalle nebbie dei ricordi, si insinua nel tuo adesso e sussurra storie. Capisco perché ci si riunisse a "veglia" attorno al camino, a raccontarsi storie, prima che l'arrivo di una tivvù in ogni casa scompaginasse questa abitudine, e mi piace pensare a tutte le volte che mi svegliavo presto, a casa, per godere del tepore del fuoco che mia mamma accendeva all'alba, in completa solitudine. Quell'abitudine vive dentro di me. Più che l'abitudine (a casa mia non ho il camino, sarebbe dura farla sopravvivere) continua a essere presente in me quell'attitudine solitaria, che si compiace dei momenti di silenzioso ascoltare, interrotti da una lettura piacevole o un semplice sguardo fuori dalla finestra. In questi giorni di fine anno, più che mai mi piace dare libero sfogo a questa indole riflessiva e mi compiaccio nell'osservare quante cose inutili al viaggio siamo capaci di collezionare dentro di noi. Avete presente il trasloco di una casa? Il momento preciso in cui si aprono gli armadi per riempire gli scatoloni delle cose in essi contenuti, e si realizza improvvisamente che negli anni siamo stati in grado di collezionare una quantità spaventosa di roba inutile, che neanche immaginavamo di avere immagazzinato? Credo che da un giro nei cassonetti, si sia in grado di capire se in zona qualcuno sta traslocando. Ebbene, la sensazione che ho dentro di me in questi giorni di fine anno, è la medesima. Mi accorgo cioè, nello stare quieta con me stessa, che spontaneamente mi libero di molti orpelli, di tanto inatteso superfluo collezionato durante il percorso. Mi rendo conto che davvero basta poco e che le risposte (qualora ci si aspetti di ottenerle) sono custodite dentro di noi e non nei rapporti che si vanno costruendo. In quest'ottica, non solo si ridimensione quel carico di aspettative (spesso schiacciante) nei confronti di chi incrociamo, ma si sperimenta la possibilità di affinare sguardi altri su quanto ci circonda, esprimendo un'atteggiamento più volitivo su una realtà che, a conti fatti, siamo noi a creare con i nostri pensieri e il nostro sentire.
Mentre imperversano Auguri di ogni bene e immagini di prosperità innevata, sento in cuor mio il bisogno di prolungare questo spazio di silenzio per fare spazio, allargare il respiro, prepararmi a sguardi nuovi e a prospettive inattese. Del resto lo diceva anche Eddie Vedder che l'essenza dello spirito dell'uomo sta nelle nuove esperienze, e immagino sia questo l'augurio che in cuor mio sento di fare a chiunque si senta pronto per un cambiamento radicale. Non temete, non occorre fare niente in realtà: è sufficiente smettere di opporre resistenza a ciò di cui ci viene quotidianamente proposto di fare esperienza. Tutto qua!
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giovedì 13 dicembre 2012
Di smancerie, auguri di plastica e zucchero a velo.
Piove a dismisura.
Piove che mi sono svegliata, perché piove e stavo sognando che pioveva ma poi, mica vero: ero già sveglia e sentivo l'acqua che batteva.
Dalla pioggia al sogno, fino al ricordo, di quando ero piccola e sprofondavo nel lettuccio caldo nelle domeniche di tempo brutto. Il tempo era un dilatarsi infinito di possibilità e speranze, mentre mi baloccavo con le mie fantasie e pascolavo i miei pensieri in praterie lontane.
Lo stesso faccio in questo periodo, da sempre associato a quello dell'Avvento, in cui si fa "spazio" nell'attesa di un nuovo anno. Sia chiaro, rifuggo feste, occasioni di pubblico augurio, smancerie pandorose e abbracci torronati. Proprio ieri, guidando sotto una piccola e divertente tormenta di neve, pensavo che sono una solitaria con gioiosa propensione alla condivisione di idee, stimoli e bellezza. Si, insomma, una che sta parecchio bene da sola ma che si diverte come una matta a condividere pensieri e parole e che fa dello scambio la sua ragion d'essere, per cui no, non parlatemi di Santo Natale sotto a un albero carico di superflue smancerie mentre bambini leziosi spargono zucchero a velo e poesie biascicate a scuola davanti a un pubblico di adulti distratti. Parliamo invece di cose piccole, torniamo alla sobrietà dell'essenza e sforziamoci di capire cosa davvero conta, cosa è in grado di fare la differenza, qual'è quel particolare che potrebbe renderci felici. A questo pensavo questa mattina stropicciandomi gli occhi e tornando col pensiero a quando, ragazzina, immaginavo il mio futuro. Nel mio domani vorrei quello che amo nel mio oggi, lo vorrei centuplicato o meglio, a centuplicarsi vorrei che fosse la mia capacità di coglierlo, di apprezzarlo e festeggiarlo.
Piove che mi sono svegliata, perché piove e stavo sognando che pioveva ma poi, mica vero: ero già sveglia e sentivo l'acqua che batteva.
Dalla pioggia al sogno, fino al ricordo, di quando ero piccola e sprofondavo nel lettuccio caldo nelle domeniche di tempo brutto. Il tempo era un dilatarsi infinito di possibilità e speranze, mentre mi baloccavo con le mie fantasie e pascolavo i miei pensieri in praterie lontane.
Lo stesso faccio in questo periodo, da sempre associato a quello dell'Avvento, in cui si fa "spazio" nell'attesa di un nuovo anno. Sia chiaro, rifuggo feste, occasioni di pubblico augurio, smancerie pandorose e abbracci torronati. Proprio ieri, guidando sotto una piccola e divertente tormenta di neve, pensavo che sono una solitaria con gioiosa propensione alla condivisione di idee, stimoli e bellezza. Si, insomma, una che sta parecchio bene da sola ma che si diverte come una matta a condividere pensieri e parole e che fa dello scambio la sua ragion d'essere, per cui no, non parlatemi di Santo Natale sotto a un albero carico di superflue smancerie mentre bambini leziosi spargono zucchero a velo e poesie biascicate a scuola davanti a un pubblico di adulti distratti. Parliamo invece di cose piccole, torniamo alla sobrietà dell'essenza e sforziamoci di capire cosa davvero conta, cosa è in grado di fare la differenza, qual'è quel particolare che potrebbe renderci felici. A questo pensavo questa mattina stropicciandomi gli occhi e tornando col pensiero a quando, ragazzina, immaginavo il mio futuro. Nel mio domani vorrei quello che amo nel mio oggi, lo vorrei centuplicato o meglio, a centuplicarsi vorrei che fosse la mia capacità di coglierlo, di apprezzarlo e festeggiarlo.
Vorrei mattine silenziose quando tutto intorno ancora tace e sentire l'abbraccio di un luogo, come ha sempre fatto con me l'isola
vorrei continuare ad avere affetti vicini che mi ricordano quando è il tempo di partire per nuove avventure
e momenti di sereno stare, in cui mi guardo intorno e tutto mi sembra perfetto
mi piacerebbe un pomeriggio di piovoso nulla per bere una cioccolata calda e riempirmi gli occhi di profumata bellezza, fregandomene se, nel berla, mi sono procurata dei sontuosi "baffi di cacao", ché le cose buone van godute, in barba al bon ton!
e infiniti risvegli con un affettuoso caffè nel letto
e poi ancora momenti di solo cielo
per ricordare che tutto torna, centuplicato....
centuplicare quindi gli abbracci che darei ai miei affetti
senza smettere di percepire ogni giorno come una nuova importante opportunità di rinascita che mi permette di sentirmi viva
nella quale sono tutti i benvenuti ma senza tradire il mio istinto solitario, che benedico perché fa parte di me
e alla fine della fiera, non prendermi mai troppo sul serio, riuscire sempre a mantenere una sana e serena dose di leggerezza e, perché no, bermi un buon caffè, mentre fuori piove a dismisura.
Piove che mi sono svegliata, perché piove e stavo sognando che
pioveva ma poi, mica vero: ero già sveglia e sentivo l'acqua che
batteva.
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mercoledì 12 dicembre 2012
Quello che ami lo vivi
"Rivelami ciò che ami veramente, ciò che cerchi e a cui aspiri con tutto
il tuo desiderio quando speri di trovare la tua vera gioia - e con ciò
mi avrai spiegato qual è la tua vita. Quello che ami, tu lo vivi. Questo
amore rivelato è appunto la tua vita, la radice, la sede e il centro
della tua vita”
Difficile aggiungere parole di senso. Sono inciampata in questa lettura e ho perso il fiato per un istante e le parole hanno vacillato prima di uscire impetuose sotto forma di ringraziamento, perché non c'è niente che senta più affine e più vicino al mio modo di pensare (e di agire) al momento. Niente riesce a distogliermi il pensiero dalla considerazione secondo la quale attraiamo ciò che siamo, che pensiamo di essere, che amiamo essere, ed è così che l'oggetto del nostro amore, dà forma alla nostra interiorità plasmandola. Tutto è in noi e da noi ha origine e ricordarlo potrebbe essere utile per mantenere un atteggiamento propositivo e volitivo nei confronti della vita e delle relazioni, che quindi saremmo (anzi, siamo!) in grado di cambiare in ogni istante perché in ogni istante è possibile che avvenga un cambiamento dentro di noi.
In un giorno che sento citare da più parti come l'anticamera della profezia dei Maya, mi piace pensare che questa si sia davvero già avverata e che un mondo, quello delle false certezze , delle ideologie calate dall'alto, delle caste di potere corrotte e indecenti, di una società dei consumi sguaiata che pensa si possa aspirare a un modello di crescita infinita (pena poi aver un terzo mondo destinato a ricoprire l'intera superficie terrestre), sia davvero finito e che si faccia spazio il tempo della consapevolezza, della sobrietà negli stili di vita, della collaborazione (magari in rete, perchè no) di un nuovo umanesimo che riporti l'attenzione sul singolo e sul valore della persona.
Quello che amo, vivo e son qui a dichiararlo e lo faccio ascoltando la voce di una grande donna che mi ricorda che...
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