Ti amo perché sai sorprendermi, perché fai di ogni giorno un nuovo giorno, un esercizio mai pago in cui io alleno il mio sguardo, imparo a vedere cose già viste come fosse per la prima volta, perché in effetti lo è.
A ben vedere, ogni nuovo giorno porta con sè un potenziale carico di nuove promesse, prospettive impensate, possibilità espressive che fino a ieri erano inimmaginabili e che, proprio oggi, grazie a tutto ciò che è stato fin qui, si rendono manifeste.
Ti amo perché mi ricordi tutto questo, mi tieni in contatto con la natura intima delle cose, perché mi sorprendi a ogni bivio, incrocio, curva, discesa o impervia risalita.
Di te conosco e frequento più spesso solo alcuni aspetti, ai quali non finisco mai di fare l'abitudine perché sai essere sorprendente, che però sono diventati il mio orizzonte quotidiano, nel quale frugo per trovare bellezza, ristoro e tanta poesia.
Quando poi, come ieri, mi sposto un po', sai essere disorientante nella tua straordinaria ricchezza espressiva e mi ricordi la fortuna e la responsabilità che ho nello starti vicina, nel frequentarti quotidianamente, facendo di ogni giorno uno straordinario esercizio di meraviglia e gratitudine, tenendo lontana dalla mia strada la noia e l'abitudine, perché a te non ci abitua mai.
Tu sai sedurre nei silenziosi giorni di bruma, così come nei chiassosi e colorati pomeriggi di soleggiata primavera. Mi inciti a camminarti tra pendii fioriti e baie nascoste dalle leccete ma sai anche aprirti in uno straordinario tripudio di colori nel versante minerario, quello meno battuto dalle rotte turistiche e che per questo, per me, mantiene un fascino esplosivo.
Ti amo perché mi ricordi cosa davvero è importante e cosa non lo è, mi tieni in contatto con l'essenza delle cose, mi aiuti a lasciar cadere il futile e a trattenere ciò che mi appartiene, mi regali sguardi di intimo equilibrio e pensieri leggeri, per tentare di prender fiato per poi, magari, volare.
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martedì 30 aprile 2013
mercoledì 24 aprile 2013
#springelba13: il viaggio nella bellezza
Oggi il cielo è sereno, almeno da questa parte d'isola.
Il Monte Capanne s'è attirato un girotondo di nuvole e qua, sulla spiaggia di Sansone, splende il sole.
Non sembra vero.
Veniamo dal versante occidentale, dove imperano alti e folti boschi di castagno e leccio e la macchia scende a precipizio fino quasi a lambirlo, il mare, che si insinua in piccole baie appartate di sabbia dorata e sbatte nelle scogliere lisce di granito punteggiate di intrusioni di ortoclasio.
In tre quarti d'ora di macchina, però, tutto cambia.
Questa è l'Elba.
Camminiamo lungo un sentiero di campagna e in modo del tutto naturale, inizia un concerto per "fili d'erba" che ci appassiona in un comune gioco a ritroso nel tempo e sembra d'essere bimbetti per i sentieri dietro casa: le distinzioni non esistono e soprattutto non servono, camminiamo insieme godendo della bellezza che ci circonda, punto.
Ci imbattiamo anche in un generoso cespuglio di strigoli e poi finocchio selvatico, terratrepoli, malva in fiore e nepitella e inizia il viaggio nelle consuetudini culinarie elbane e viaggiamo nella memoria di un'isola attraverso i profumi della sua terra generosa.
Anche questa è la cucina emotiva per come l'ho pensata io: l'insieme delle storie che un territorio è capace di raccontare e delle suggestioni che passano attraverso i suoi profumi e i suoi colori che, come per magia, qui all'isola d'Elba possono trasferirsi in un piatto.
Arriviamo rapidamente alla spiaggia dove, in silenzio, ci fermiamo ad ascoltare il mare. C'è chi non resiste e prova a bagnarsi i piedi e chi, addirittura, un tuffo in mare non se lo fa mancare.
Resta, comune per tutti, l'emozione di un luogo che con la sua abbagliante bellezza nutre i nostri silenzi, conforta , ispira, regala sguardi fiduciosi, crea preziosi momenti di condivisione.
C'è chi grida "Caraibi!" chi fa una breve telefonata per condividere con un amico, una persona cara, quel traboccare improvviso di gioia, chi cerca tra i sassi ritrovandosi un pò bambino, chi siede in silenzio, con muto rispetto davanti a sua maestà il mare.
Ognuno porta il suo colore, la propria emozione, il proprio personalissimo (e per questo sacro) modo di accogliere, far spazio dentro di sé a un'emozione violenta perché improvvisa, inattesa, quasi insperata.
Il fatto è che la bellezza unisce e lenisce, emoziona e sorprende, affratella perché ci ricorda la comune origine, spazza via il superfluo e ci fa tornare all'essenziale, a quanto cioè ci accomuna e che con troppa facilità dimentichiamo, persi come siamo nei vicendevoli giochi di ruolo esistenziali nei quali siamo bravi a incastrarci.

Davanti a un mare turchese e a un cielo cobalto, le distinzioni si acquietano, le differenze di sesso, religione, status, cultura, diventano un mucchio di insensati ragionamenti a posteriori perché siamo messi di fronte a quanto di più prezioso esista: il nostro esserci, qui e ora, davanti a un luogo in grado di richiamarci alla sacralità della vita, alla bellezza di un dono sulle cui origini abbiamo lungamente dissertato senza mai arrivare a conclusioni sensate (perché non è con il ragionamento che si raggiungono).
La mia fortuna, nell'accompagnare persone e nel fare esperienze insieme a loro, risiede molto nei luoghi. So perfettamente che la bellezza e la ricchezza naturalistica di quest'isola mi facilita nel compito di far fare spazio, perché vedete, il primo problema è che viviamo "affollati", viviamo cioè sovraccaricati di informazioni, "cose", finte necessità, presunti bisogni, esigenze destinate a non essere mai appagate (perché ci vogliono affamati ma non folli, come diceva Jobs: solo affamati di "cose" che si sostituiscano alla nostra capacità di sentire e quindi anche di percepire gratitudine e appagamento in quanto abbiamo). Dicevo dunque che la prima cosa che sono chiamata a fare, quando propongo alle persone di viaggiare con me, è quella di invitarle a lasciare andare e a fare spazio: perché di spazio ce né, ce n'è stato e ce ne sarà (cantava Ligabue) ma non lo vediamo, non lo sentiamo, perché viviamo nella costante illusione di avere bisogno e di dover accumulare nella vita, senza comprendere che stiamo solo riempiendola di surrogati destinati a ritorcersi contro di noi perché volti ad alimentare la nostra "fame". Io credo che la bellezza curi in un certo senso, perché è capace di levare, togliere, tornare all'essenziale, discernere quanto è utile da quanto invece non lo è e sapete come? Semplicemente palesandosi, senza alcuno sforzo (non è meraviglioso?).
Quindi, per me, invitarvi a fare due passi in riva al mare è un esercizio ben più complesso e profondo di quanto possa sembrare a primo acchito. Certo che desidero mostrarvi la varietà e la ricchezza di quest'isola, ovvio che mi faccia piacere farvi vedere che in tre quarti d'ora si possano raggiungere i Caraibi comodamente seduti in macchina ma non basta.
Quello che veramente ho in animo di fare, è di farvi partecipare al miracolo della bellezza, capace di risvegliare le coscienze sopite e di indicare la via della semplicità e dell'essenza che non conosce altre strade se non quella del cuore.
Appena ho finito di scrivere queste righe, un twit di Serena mi invitava a leggere il suo racconto di #springelba13 (leggetelo qui se vi va) e, inutile dirlo, c'è somiglianza, c'è bellezza, c'è passione e tutto questo mi riconduce al senso del mio scrivere, qui, ora.
Il viaggio continua...
Il Monte Capanne s'è attirato un girotondo di nuvole e qua, sulla spiaggia di Sansone, splende il sole.
Non sembra vero.
Veniamo dal versante occidentale, dove imperano alti e folti boschi di castagno e leccio e la macchia scende a precipizio fino quasi a lambirlo, il mare, che si insinua in piccole baie appartate di sabbia dorata e sbatte nelle scogliere lisce di granito punteggiate di intrusioni di ortoclasio.
In tre quarti d'ora di macchina, però, tutto cambia.
Questa è l'Elba.
Camminiamo lungo un sentiero di campagna e in modo del tutto naturale, inizia un concerto per "fili d'erba" che ci appassiona in un comune gioco a ritroso nel tempo e sembra d'essere bimbetti per i sentieri dietro casa: le distinzioni non esistono e soprattutto non servono, camminiamo insieme godendo della bellezza che ci circonda, punto.
Ci imbattiamo anche in un generoso cespuglio di strigoli e poi finocchio selvatico, terratrepoli, malva in fiore e nepitella e inizia il viaggio nelle consuetudini culinarie elbane e viaggiamo nella memoria di un'isola attraverso i profumi della sua terra generosa.
Anche questa è la cucina emotiva per come l'ho pensata io: l'insieme delle storie che un territorio è capace di raccontare e delle suggestioni che passano attraverso i suoi profumi e i suoi colori che, come per magia, qui all'isola d'Elba possono trasferirsi in un piatto.
Arriviamo rapidamente alla spiaggia dove, in silenzio, ci fermiamo ad ascoltare il mare. C'è chi non resiste e prova a bagnarsi i piedi e chi, addirittura, un tuffo in mare non se lo fa mancare.
Resta, comune per tutti, l'emozione di un luogo che con la sua abbagliante bellezza nutre i nostri silenzi, conforta , ispira, regala sguardi fiduciosi, crea preziosi momenti di condivisione.
C'è chi grida "Caraibi!" chi fa una breve telefonata per condividere con un amico, una persona cara, quel traboccare improvviso di gioia, chi cerca tra i sassi ritrovandosi un pò bambino, chi siede in silenzio, con muto rispetto davanti a sua maestà il mare.
Ognuno porta il suo colore, la propria emozione, il proprio personalissimo (e per questo sacro) modo di accogliere, far spazio dentro di sé a un'emozione violenta perché improvvisa, inattesa, quasi insperata.
Il fatto è che la bellezza unisce e lenisce, emoziona e sorprende, affratella perché ci ricorda la comune origine, spazza via il superfluo e ci fa tornare all'essenziale, a quanto cioè ci accomuna e che con troppa facilità dimentichiamo, persi come siamo nei vicendevoli giochi di ruolo esistenziali nei quali siamo bravi a incastrarci.

Davanti a un mare turchese e a un cielo cobalto, le distinzioni si acquietano, le differenze di sesso, religione, status, cultura, diventano un mucchio di insensati ragionamenti a posteriori perché siamo messi di fronte a quanto di più prezioso esista: il nostro esserci, qui e ora, davanti a un luogo in grado di richiamarci alla sacralità della vita, alla bellezza di un dono sulle cui origini abbiamo lungamente dissertato senza mai arrivare a conclusioni sensate (perché non è con il ragionamento che si raggiungono).
La mia fortuna, nell'accompagnare persone e nel fare esperienze insieme a loro, risiede molto nei luoghi. So perfettamente che la bellezza e la ricchezza naturalistica di quest'isola mi facilita nel compito di far fare spazio, perché vedete, il primo problema è che viviamo "affollati", viviamo cioè sovraccaricati di informazioni, "cose", finte necessità, presunti bisogni, esigenze destinate a non essere mai appagate (perché ci vogliono affamati ma non folli, come diceva Jobs: solo affamati di "cose" che si sostituiscano alla nostra capacità di sentire e quindi anche di percepire gratitudine e appagamento in quanto abbiamo). Dicevo dunque che la prima cosa che sono chiamata a fare, quando propongo alle persone di viaggiare con me, è quella di invitarle a lasciare andare e a fare spazio: perché di spazio ce né, ce n'è stato e ce ne sarà (cantava Ligabue) ma non lo vediamo, non lo sentiamo, perché viviamo nella costante illusione di avere bisogno e di dover accumulare nella vita, senza comprendere che stiamo solo riempiendola di surrogati destinati a ritorcersi contro di noi perché volti ad alimentare la nostra "fame". Io credo che la bellezza curi in un certo senso, perché è capace di levare, togliere, tornare all'essenziale, discernere quanto è utile da quanto invece non lo è e sapete come? Semplicemente palesandosi, senza alcuno sforzo (non è meraviglioso?).
Quindi, per me, invitarvi a fare due passi in riva al mare è un esercizio ben più complesso e profondo di quanto possa sembrare a primo acchito. Certo che desidero mostrarvi la varietà e la ricchezza di quest'isola, ovvio che mi faccia piacere farvi vedere che in tre quarti d'ora si possano raggiungere i Caraibi comodamente seduti in macchina ma non basta.
Quello che veramente ho in animo di fare, è di farvi partecipare al miracolo della bellezza, capace di risvegliare le coscienze sopite e di indicare la via della semplicità e dell'essenza che non conosce altre strade se non quella del cuore.
Appena ho finito di scrivere queste righe, un twit di Serena mi invitava a leggere il suo racconto di #springelba13 (leggetelo qui se vi va) e, inutile dirlo, c'è somiglianza, c'è bellezza, c'è passione e tutto questo mi riconduce al senso del mio scrivere, qui, ora.
Il viaggio continua...
sabato 13 aprile 2013
TemporaneaMente con Cuore Permanente
Ci sono serate illuminanti.
Serate che non lo sai nemmeno tu perché e per come: ti trovi con due donne che conosci pochissimo, la magia di un'ottima cena, il calore di una casa accogliente, manciate di sintonia, affinità nelle sbucciature, qualche slabbro di troppo che non ha smorzato la luce degli occhi e un comune amore per un'isola che ha davvero il grande pregio di offrire bellezza a profusione e tantissima ispirazione.
Ti trovi, dicevo, a bere un buon bicchiere di vino (amiamo lo stesso bianco, è stata sintonia anche enologica!) e così, quasi per caso, inciampi in riflessioni profonde e finisci con il mettere a fuoco le tue stesse parole, capovolgendone il senso.
People first, quante volte l'ho scritto e l'ho ripetuto. Insomma, con quanta costanza non ho fatto altro che ripetermi, senza ascoltarmi nel profondo, che le persone FANNO i luoghi e non viceversa (anche se, va da sé, ne sono fortemente influenzate). Cosa significa davvero?
Ebbene, un paio di bicchieri di buon vino, una cena squisita preparata con grande amore e la piacevole compagnia di due donne che, come me, respirano l'isola con intensità, possono aiutare a focalizzare d'un tratto nuovi orizzonti. Nello specifico, io ho capito che se i luoghi li fanno le persone, non è necessario legare la propria visione di accoglienza a un luogo perché, fermo restando che sono le persone a crearlo, il concetto di ospitalità può trasformarsi in una esperienza in itinere nella quale non solo i viaggiatori viaggiano ma anche gli ospiti.
Non è meraviglioso?
Alla fine il viaggio diventa il mezzo e non il fine, per raccontare storie, creare relazioni di scambio realizzare esperienze comuni arricchire di senso le nostre esistenze "senza fissa dimora".
Del resto, non si fa che parlare di transitorietà, di incertezza, di tempi che cambiano... perché opporvisi dunque? perché ostinarsi a mantenere fermi i punti di vista, perché continuare ad immaginare un'accoglienza fatta di persone che vengono a trovarti in QUEL luogo, perché non giocare con i luoghi, non indossarli come fossero abiti, non fare dello spazio una contenitore flessibile e adattabile alle nostre emozioni?
Quest'idea mi piace al punto che vorrei tradurla in realtà perché l'esperienza che ho fatto fin qui mi dimostra ogni giorno con maggiore insistenza che davvero la bellezzza del luogo, che senz'altro rende sensato un viaggio, non basta di per sé a rappresentarne la motivazione mentre, viceversa, le persone, le relazioni, i contenuti umani ed esperenziali che un viaggio potenzialmente ci regala, si.
Ne scriverò ancora, con maggiore precisione e dovizia di particolari che, sono certa, sarà l'esperienza stessa a suggerirmi.
Mentre tutto cambia, le certezze crollano, gli equilibri si ridefiniscono, si fa a gara a chi dipinge a tinte più fosche un futuro che, per definizione è incerto (ergo, mi verrebbe da pensare che stiamo scoprendo l'acqua calda); mentre tutto questo accade, dicevo, mi tengo l'unica certezza che io reputi sensata e cioè che al cambiamento non ci si oppone con lo scudo della paura e delle false certezze: al cambiamento si allargano le braccia e si risponde accettandolo, assecondandolo, ascoltando quello che, di nuovo, ha da insegnarci.
Serate che non lo sai nemmeno tu perché e per come: ti trovi con due donne che conosci pochissimo, la magia di un'ottima cena, il calore di una casa accogliente, manciate di sintonia, affinità nelle sbucciature, qualche slabbro di troppo che non ha smorzato la luce degli occhi e un comune amore per un'isola che ha davvero il grande pregio di offrire bellezza a profusione e tantissima ispirazione.
Ti trovi, dicevo, a bere un buon bicchiere di vino (amiamo lo stesso bianco, è stata sintonia anche enologica!) e così, quasi per caso, inciampi in riflessioni profonde e finisci con il mettere a fuoco le tue stesse parole, capovolgendone il senso.
People first, quante volte l'ho scritto e l'ho ripetuto. Insomma, con quanta costanza non ho fatto altro che ripetermi, senza ascoltarmi nel profondo, che le persone FANNO i luoghi e non viceversa (anche se, va da sé, ne sono fortemente influenzate). Cosa significa davvero?
Ebbene, un paio di bicchieri di buon vino, una cena squisita preparata con grande amore e la piacevole compagnia di due donne che, come me, respirano l'isola con intensità, possono aiutare a focalizzare d'un tratto nuovi orizzonti. Nello specifico, io ho capito che se i luoghi li fanno le persone, non è necessario legare la propria visione di accoglienza a un luogo perché, fermo restando che sono le persone a crearlo, il concetto di ospitalità può trasformarsi in una esperienza in itinere nella quale non solo i viaggiatori viaggiano ma anche gli ospiti.
Non è meraviglioso?
Alla fine il viaggio diventa il mezzo e non il fine, per raccontare storie, creare relazioni di scambio realizzare esperienze comuni arricchire di senso le nostre esistenze "senza fissa dimora".
Del resto, non si fa che parlare di transitorietà, di incertezza, di tempi che cambiano... perché opporvisi dunque? perché ostinarsi a mantenere fermi i punti di vista, perché continuare ad immaginare un'accoglienza fatta di persone che vengono a trovarti in QUEL luogo, perché non giocare con i luoghi, non indossarli come fossero abiti, non fare dello spazio una contenitore flessibile e adattabile alle nostre emozioni?
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| L'Elba con gli occhi di M. Cristina Sammarco |
Quest'idea mi piace al punto che vorrei tradurla in realtà perché l'esperienza che ho fatto fin qui mi dimostra ogni giorno con maggiore insistenza che davvero la bellezzza del luogo, che senz'altro rende sensato un viaggio, non basta di per sé a rappresentarne la motivazione mentre, viceversa, le persone, le relazioni, i contenuti umani ed esperenziali che un viaggio potenzialmente ci regala, si.
Ne scriverò ancora, con maggiore precisione e dovizia di particolari che, sono certa, sarà l'esperienza stessa a suggerirmi.
Mentre tutto cambia, le certezze crollano, gli equilibri si ridefiniscono, si fa a gara a chi dipinge a tinte più fosche un futuro che, per definizione è incerto (ergo, mi verrebbe da pensare che stiamo scoprendo l'acqua calda); mentre tutto questo accade, dicevo, mi tengo l'unica certezza che io reputi sensata e cioè che al cambiamento non ci si oppone con lo scudo della paura e delle false certezze: al cambiamento si allargano le braccia e si risponde accettandolo, assecondandolo, ascoltando quello che, di nuovo, ha da insegnarci.
venerdì 1 marzo 2013
Siena: people first
Ci sono luoghi, che non importa se conosci, se ci sei stato, se ne hai sentito parlare, se ci sono mille se a condurti lì, perché ci sono strade che percorri al di là della logica e senza che tu lo sappia, perché lo senti dentro che anche lì c'è un pezzetto di casa.
Non ci sono motivi apparenti, perché non te lo spieghi con la logica dei fatti ma con un sentire condiviso, con una somiglianza di intenti, di sforzi, magari anche di strappi, che ti conduce dentro a una storia di passione e di amore per il proprio mestiere.
Per tutti questi motivi che per i più, capisco, difficilmente possono sembrare tali, io qui a Borgo Grondaie, a una manciata di chilometri dal centro storico di una tra le più affascinanti città d'arte italiane, mi sento a casa perché mi sento accolta, "vista" e con me la mia storia, quel miscuglio di eventi che fanno di me la persona (stropicciata) che sono. Di questo si tratta nel fare accoglienza. Certamente, se a corredo di ciò, come qui a Siena, trovo pure un ambiente gradevole, camere confortevoli e un bel giardino, tanto meglio ma accogliere per me è prendersi cura, vedere il prossimo, avere un approccio empatico con chi ci sta di fronte, ovvero immaginare le sue esigenze e cercare di assecondarle con un naturale spirito di benevolenza trasmettendo amore per il luogo nel quale ci troviamo perché tutte le storie che viviamo sono contestualizzate.
Amina, il cui nome da sempre mi ha affascinato perché basta giocarci un pò per ritrovarsi tra le labbra la parola anima, comunica il suo amore per Borgo Grondaie e una mal celata stima per la gestione di Gaia (al punto che, arrivando, mi son chiesta se fossero sorelle) ha aperto la porta del mio primo giorno a Borgo Grondaie all'insegna degli incontri fortuiti.
A coronamento di un bell'arrivo a Siena con tanto di aperitivo in Piazza del Campo e cena tipica per le vie del centro, un insperato giro serale con Barbara, uno dei tanti affetti che il lavoro all'Hotel Cernia mi ha regalato nel tempo, per una piccola anteprima di quelli che saranno gli spazi di Siena che oggi con calma andrò a vedere.
Niente di meglio per una lovetrotter come me, iniziare il mio intinerario senese attraverso gli occhi e la passione di chi la città la vive, la ama e ha il piacere di condividerla con chi passa di qui.
Il tag di questa prima serata è: #peoplefirst.... avevate dubbi?
mercoledì 20 febbraio 2013
Dai diari del Cernia - il viaggio
Nella premessa dei diari del Cernia, avevo anticipato che avrei inziato il mio racconto dal senso del viaggio.
Sarà un'indagine introspettiva, per quella lente empatica che metto sulle cose e che mi aiuta a districarmi nel dedalo di strade che la vita ci srotola davanti agli occhi.
Non conosco altro metodo per conoscere, se non il sentire, il con-partecipare, il con-dividere, il vivere con-nessi.
Il primo esercizio che ho fatto iniziando la mia avventura all'Hotel Cernia, non è stata quindi quello di pensare a come gestirlo ma a come lo avrei voluto vivere io da ospite, cosa avrei voluto trovare, perché avrei dovuto sceglierlo tra tante belle strutture all'Elba e non solo (perché si sa, ormai i giochi si fanno ampi grazie a internet e la competizione, è il caso di dirlo, si fa mondiale).
Detto ciò, mi sono subito chiesta: perché viaggio? Perché scelgo di spostarmi da una casa confortevole? Cosa cerco?
Bellezza? Sicuramente aiuta, arricchisce l'animo donandogli nuova ispirazione ma del resto io vivo in un posto bello, perciò non basta.
Relax? Ne sono certa: viviamo in un frullatore ma la sfida è imparare a ricavarsi i propri spazi sempre, anche mentre lavoriamo a ritmi serrati e per farlo è utile rinsaldare la nostra capacità di vedere la bellezza nelle piccole cose, di gioire per una gentilezza, il sorriso di uno sconosciuto, una giornata di sole, un caffè con una cara amica, un bagno caldo e profumato, due candele accese e una tazza di tè. Basta poco, spesso, per crearsi le proprie condizioni di relax interiore, anche in giorni frenetici: la pace è dentro di noi, dove altrimenti?
Nuove cose da imparare? Ci puoi giurare: sono una affamata di conoscenza e ogni occasione è buona per scoprire di non sapere mai abbastanza di niente ma, a ben pensarci, incontriamo continuamente opportunità di crescita, a patto si voglia imparare da esse, sarebbe riduttivo viaggiare per cercarle.
Persone? Sembrerà strano ma è proprio questo il punto. Datemi un posto meraviglioso, un albergo fantastico, una cucina raffinata, una settimana di solo sole, mare cristallino, una natura incontaminata o cento città d'arte fenomenali ma se mancano le persone o peggio ancora se con queste non si istaura una relazione, uno scambio, un contatto umano, io scappo a gambe levate.
Dunque, si viaggia per incontrarSi, per riconoscerSi, per fare un pezzo di strada insieme, accendere emozioni, raccontarle, tornare a casa cambiati, arricchiti da una storia umana che parla la lingua dell'esperienza condivisa. Del resto, non ho fatto mai mistero di condividere pienamente la visione del mondo del protagonista di uno dei miei film preferiti...
Personalmente ho sempre trovato utile unire le persone attraverso il "fare". Credo che più che le parole (peraltro spesso limitanti considerato che gli ospiti dell'hotel non sono solo italiani) possa la magia del creare insieme, del condividere un esperienza facendola propria, immettendo un potenziale di energia proprio che, sommato a quello altrui, crea l'unicità di un'emozione condivisa.
Da qui è nato il mio amore per le uscite in kajak e i pic nic condivisi, per i corsi di cucina, per le escursioni nelle quali insegno a riconoscere le erbe selvatiche o le uscite con i pittori che insegnano a disegnare in natura: sono tutte forme di con-partecipazione che hanno lo scopo di rendere ancora più vive e vibranti le emozioni che di per sé un'isola bella come la nostra è in grado di suscitare.
A ben pensarci, le inziative al Cernia, sono sempre state il pretesto per creare relazioni e scambi tra le persone, per lanciare piccoli invisibili ponti e individuare uno spazio nel quale fermarsi e stare, facendo a meno delle normali ritrosie e chiusure tipiche del vivere cittadino, per scoprirsi magicamente più simili nei bisogni come nelle insicurezze e quindi idealmente affratellati in un percorso disseminato di bellezza. Una volta create le occasioni di incontro, il racconto di queste esperienze diventava il filo rosso che accomunava le singole storie delle persone coinvolte in un'unica trama che, partendo dal Cernia o meglio dall'Elba, faceva il giro del mondo attraverso foto, twit, piccoli video ma anche attraverso i sapori in barattolo della nostra cucina emotiva. Un racconto, quindi, fatto di immagini, parole, sapori, odori, capace di coinvolgere tutti i sensi e di rendere l'emozione dell'eperienza persistente nel tempo e capace di creare "contagi virtuosi" in chi ancora non aveva viaggiato.
Si intuisce bene però che un simile disegno, non potrebbe essere portato a termine senza l'attenta e motivata partecipazione di un gruppo di collaboratori perché si sa, una nave senza equipaggio non salpa dal porto, quindi una volta capito che significato ha per me il viaggio, mi sono dovuta occupare di creare la ciurma... ma questa è un'altra storia...
Sarà un'indagine introspettiva, per quella lente empatica che metto sulle cose e che mi aiuta a districarmi nel dedalo di strade che la vita ci srotola davanti agli occhi.
Non conosco altro metodo per conoscere, se non il sentire, il con-partecipare, il con-dividere, il vivere con-nessi.
Il primo esercizio che ho fatto iniziando la mia avventura all'Hotel Cernia, non è stata quindi quello di pensare a come gestirlo ma a come lo avrei voluto vivere io da ospite, cosa avrei voluto trovare, perché avrei dovuto sceglierlo tra tante belle strutture all'Elba e non solo (perché si sa, ormai i giochi si fanno ampi grazie a internet e la competizione, è il caso di dirlo, si fa mondiale).
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| Ho sempre pensato che l'ingresso dell'albergo fosse un luogo sacro, nel quale si inizia a viaggiare |
Detto ciò, mi sono subito chiesta: perché viaggio? Perché scelgo di spostarmi da una casa confortevole? Cosa cerco?
Bellezza? Sicuramente aiuta, arricchisce l'animo donandogli nuova ispirazione ma del resto io vivo in un posto bello, perciò non basta.
Relax? Ne sono certa: viviamo in un frullatore ma la sfida è imparare a ricavarsi i propri spazi sempre, anche mentre lavoriamo a ritmi serrati e per farlo è utile rinsaldare la nostra capacità di vedere la bellezza nelle piccole cose, di gioire per una gentilezza, il sorriso di uno sconosciuto, una giornata di sole, un caffè con una cara amica, un bagno caldo e profumato, due candele accese e una tazza di tè. Basta poco, spesso, per crearsi le proprie condizioni di relax interiore, anche in giorni frenetici: la pace è dentro di noi, dove altrimenti?
Nuove cose da imparare? Ci puoi giurare: sono una affamata di conoscenza e ogni occasione è buona per scoprire di non sapere mai abbastanza di niente ma, a ben pensarci, incontriamo continuamente opportunità di crescita, a patto si voglia imparare da esse, sarebbe riduttivo viaggiare per cercarle.
Persone? Sembrerà strano ma è proprio questo il punto. Datemi un posto meraviglioso, un albergo fantastico, una cucina raffinata, una settimana di solo sole, mare cristallino, una natura incontaminata o cento città d'arte fenomenali ma se mancano le persone o peggio ancora se con queste non si istaura una relazione, uno scambio, un contatto umano, io scappo a gambe levate.
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| Credo nel valore del racconto perché accomuna persone ed esperienze collegandole in un'unica trama |
Dunque, si viaggia per incontrarSi, per riconoscerSi, per fare un pezzo di strada insieme, accendere emozioni, raccontarle, tornare a casa cambiati, arricchiti da una storia umana che parla la lingua dell'esperienza condivisa. Del resto, non ho fatto mai mistero di condividere pienamente la visione del mondo del protagonista di uno dei miei film preferiti...
Personalmente ho sempre trovato utile unire le persone attraverso il "fare". Credo che più che le parole (peraltro spesso limitanti considerato che gli ospiti dell'hotel non sono solo italiani) possa la magia del creare insieme, del condividere un esperienza facendola propria, immettendo un potenziale di energia proprio che, sommato a quello altrui, crea l'unicità di un'emozione condivisa.
Da qui è nato il mio amore per le uscite in kajak e i pic nic condivisi, per i corsi di cucina, per le escursioni nelle quali insegno a riconoscere le erbe selvatiche o le uscite con i pittori che insegnano a disegnare in natura: sono tutte forme di con-partecipazione che hanno lo scopo di rendere ancora più vive e vibranti le emozioni che di per sé un'isola bella come la nostra è in grado di suscitare.
A ben pensarci, le inziative al Cernia, sono sempre state il pretesto per creare relazioni e scambi tra le persone, per lanciare piccoli invisibili ponti e individuare uno spazio nel quale fermarsi e stare, facendo a meno delle normali ritrosie e chiusure tipiche del vivere cittadino, per scoprirsi magicamente più simili nei bisogni come nelle insicurezze e quindi idealmente affratellati in un percorso disseminato di bellezza. Una volta create le occasioni di incontro, il racconto di queste esperienze diventava il filo rosso che accomunava le singole storie delle persone coinvolte in un'unica trama che, partendo dal Cernia o meglio dall'Elba, faceva il giro del mondo attraverso foto, twit, piccoli video ma anche attraverso i sapori in barattolo della nostra cucina emotiva. Un racconto, quindi, fatto di immagini, parole, sapori, odori, capace di coinvolgere tutti i sensi e di rendere l'emozione dell'eperienza persistente nel tempo e capace di creare "contagi virtuosi" in chi ancora non aveva viaggiato.
Si intuisce bene però che un simile disegno, non potrebbe essere portato a termine senza l'attenta e motivata partecipazione di un gruppo di collaboratori perché si sa, una nave senza equipaggio non salpa dal porto, quindi una volta capito che significato ha per me il viaggio, mi sono dovuta occupare di creare la ciurma... ma questa è un'altra storia...
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martedì 19 febbraio 2013
Dai diari del Cernia - premessa
Stamattina ho bevuto un buon capuccino con un'amica che il lavoro e i piccoli crucci quotidiani mi hanno fatto trascurare nel tempo.
E' stato un ritrovarsi, facendo il punto della situazione, guardarsi allo specchio e tentare piccoli bilanci. Mi è servito. Si, quest'incontro mi ha regalato un'idea, quello di lasciare un segno del mio passaggio.
Lavoro all'Hotel Cernia dal 1998 e da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata e, come spesso accade, pure rapidamente, quasi senza che me ne accorgessi. Il momento che vivo mi obbliga a una pausa, a un momento di riflessione che nel tempo non mi sono mai concessa e credo di poterne trarre vantaggio. Come? Cercando di capire come si è formata, nel tempo, la mia idea di ospitalità, il concetto di albergo inteso come una piazza (emotiva) aperta allo scambio e alla condivisione, dove sono bene accetti anche i residenti e gli ospiti di tutte le altre strutture, contrapposta a quella di hotel/villaggio inteso come "riserva per turisti" con tanto di braccialettino colorato a amplificare il senso di appartenenza (una sorta di: "Tu sei mio e di qua non scappi" sussurrato dalle strutture che credono che fare accoglienza sia recintare un luogo fisico a mero utilizzo turistico da parte dei clienti fruitori).
In questi mesi ho in effetti capito che la scrittura ha il potere di curare, lenire, portare chiarezza negli anfratti di noi che siamo bravissimi a mantenere scuri per paura di guardarci dentro.
La scrittura sarà invece il mio faro, il mio filo rosso in un viaggio a ritroso nel tempo e nelle emozioni, che mi permetterà di comprendere il senso di quel "tanto" che in questi 15 anni è successo nella mia vita ma anche nell'azienda per cui ho lavorato con grande impegno e soddisfazione.
Prima di cominciare il mio viaggio, una precisazione: il mio approccio alla vita, prima ancora che al lavoro, è di tipo empatico. Questo significa che ogni scelta, ogni intuizione, ogni strada nuova imboccata nella precisa intenzione di realizzare attraverso l'Hotel Cernia un nuovo modello di ospitalità a tutto tondo, è nato dal semplice desiderio di dare concretezza a una serie di esigenze che io ho quando viaggio e sono in vacanza.
Dall'idea della cucina emotiva legata alle storie che un territorio racconta, cosi come alla fortuna di vivere un'isola ricca di erbe spontanee eduli, a quella delle camere poetiche, passando per le mostre d'arte, i concerti dal vivo e i pic nic al mare con gli ospiti, tutto parla la lingua del mio cuore, di quello cioè che io amo e desidero condividere e che credo sia quel valore aggiunto in grado di regalare senso (ed emozione) a un viaggio.
Il primo passo che ho fatto inziando l'avventura all'Hotel Cernia, è stata infatti chiedermi: cosa significa viaggiare? Questo sarà l'oggetto del mio prossimo post....
Seguitemi, vi condurrò per mano dentro al mio sogno, vivremo emozioni inenarrabili, conosceremo persone preziose ovvero ospiti che si sono trasformati nei miei affetti più cari e vi mostrerò la dedizione e l'impegno di cui un gruppo di giovani collaboratori è capace se debitamente motivato a credere in un SOGNO e sullo sfondo Lei, l'oggetto del mio amore incondizionato: un'isola capace di rapirti e di sedurti con il suo sottile e persistente canto.
A presto e buona Elba a tutti! =)
E' stato un ritrovarsi, facendo il punto della situazione, guardarsi allo specchio e tentare piccoli bilanci. Mi è servito. Si, quest'incontro mi ha regalato un'idea, quello di lasciare un segno del mio passaggio.
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| Questa è l'Elba che amo, in un giorno di "qualunque bellezza" |
Lavoro all'Hotel Cernia dal 1998 e da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata e, come spesso accade, pure rapidamente, quasi senza che me ne accorgessi. Il momento che vivo mi obbliga a una pausa, a un momento di riflessione che nel tempo non mi sono mai concessa e credo di poterne trarre vantaggio. Come? Cercando di capire come si è formata, nel tempo, la mia idea di ospitalità, il concetto di albergo inteso come una piazza (emotiva) aperta allo scambio e alla condivisione, dove sono bene accetti anche i residenti e gli ospiti di tutte le altre strutture, contrapposta a quella di hotel/villaggio inteso come "riserva per turisti" con tanto di braccialettino colorato a amplificare il senso di appartenenza (una sorta di: "Tu sei mio e di qua non scappi" sussurrato dalle strutture che credono che fare accoglienza sia recintare un luogo fisico a mero utilizzo turistico da parte dei clienti fruitori).
In questi mesi ho in effetti capito che la scrittura ha il potere di curare, lenire, portare chiarezza negli anfratti di noi che siamo bravissimi a mantenere scuri per paura di guardarci dentro.
La scrittura sarà invece il mio faro, il mio filo rosso in un viaggio a ritroso nel tempo e nelle emozioni, che mi permetterà di comprendere il senso di quel "tanto" che in questi 15 anni è successo nella mia vita ma anche nell'azienda per cui ho lavorato con grande impegno e soddisfazione.
Prima di cominciare il mio viaggio, una precisazione: il mio approccio alla vita, prima ancora che al lavoro, è di tipo empatico. Questo significa che ogni scelta, ogni intuizione, ogni strada nuova imboccata nella precisa intenzione di realizzare attraverso l'Hotel Cernia un nuovo modello di ospitalità a tutto tondo, è nato dal semplice desiderio di dare concretezza a una serie di esigenze che io ho quando viaggio e sono in vacanza.
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| Filosofia di vita e di lavoro si intrecciano: mia figlia è stata parte integrante del mio viaggio al Cernia |
Dall'idea della cucina emotiva legata alle storie che un territorio racconta, cosi come alla fortuna di vivere un'isola ricca di erbe spontanee eduli, a quella delle camere poetiche, passando per le mostre d'arte, i concerti dal vivo e i pic nic al mare con gli ospiti, tutto parla la lingua del mio cuore, di quello cioè che io amo e desidero condividere e che credo sia quel valore aggiunto in grado di regalare senso (ed emozione) a un viaggio.
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| Nelle camere poetiche si vivono tappe importanti della mia crescita personale |
Il primo passo che ho fatto inziando l'avventura all'Hotel Cernia, è stata infatti chiedermi: cosa significa viaggiare? Questo sarà l'oggetto del mio prossimo post....
Seguitemi, vi condurrò per mano dentro al mio sogno, vivremo emozioni inenarrabili, conosceremo persone preziose ovvero ospiti che si sono trasformati nei miei affetti più cari e vi mostrerò la dedizione e l'impegno di cui un gruppo di giovani collaboratori è capace se debitamente motivato a credere in un SOGNO e sullo sfondo Lei, l'oggetto del mio amore incondizionato: un'isola capace di rapirti e di sedurti con il suo sottile e persistente canto.
A presto e buona Elba a tutti! =)
sabato 8 dicembre 2012
Di viaggi per sognatori audaci
Questo post nasce da un post, che poi è una post riflessione di un qualcosa nato a BTO.
Questa mattina infatti ho letto una interessante considerazione che Paolo Ratto ha fatto sul suo blog (andatela a leggerla qui, perché merita). Sono stata attratta subito dal titolo, perché la presunta (in)calcolabilità del ROI con me ha presa facile. Non è un mistero infatti che io sia tendenzialmente allergica alle pratiche "vivisezionatrici" che pretendono di misurare, comparare, rendicontare ogni singolo frutto dell'operato umano.
Da buona amante degli sguardi olistici, protendo invece per una visione di insieme che non risparmia quindi neanche tutte le operazioni di comunicazione che sottendono l'attività di una azienda (in questo caso un hotel). Quello che voglio dire, e che ho cercato di esprimere anche nel rispondere a un quesito che mi è stato posto durante il mio speech a BTO, è che la vera rivoluzione che i social media hanno apportato, è di ordine culturale. L'avvento del 2.0 ha in effetti stravolto il comune sentire, ponendo al centro dell'interesse ogni singola voce (o cinguettio) e quindi l'individuo, la persona, il suo bagaglio di unicità e di esperienze. In questa ottica vengono a cadere le "strategie di mercato" e si insinua un nuovo concetto: quello secondo il quale la migliore strategia che una azienda può mettere in campo, è proprio la risorsa umana di cui dispone, in termini di qualità personali, predisposizioni, interessi, attitudini che i social media aiutano a esprimere e a mettere in risalto. Un esempio per tutti? Peccando di campanilismo potrei citare TRIP TRIP HURRA', la videorisposta che abbiamo realizzato per cercare di capire quali fossero i motivi dello scontento che aveva originato una serie di recensioni negative tutte molto simili tra loro, a partire da un presupposto per noi imprescindibile: metterci la faccia, dare valore alle persone, dare una voce e un volto a quelle critiche.
Si, perché dietro alla pasta scotta o al giardino a mare con i cestini da vuotare o alla sottoscritta che offre aperitivi agli amici, ci sono storie, vissuti, esperienze, talavolta anche difficoltà e momenti no, dei quali avere rispetto a prescindere. Avere rispetto delle persone, mettere al centro le loro storie, non significa giustificarle a prescindere né che queste siano infallibili, significa solo tornare a dare il giusto valore a quanto ci circonda e per farlo, io credo si dovrebbero raccontare più storie e fare meno analisi quantitative sui ritorni degli investimenti che non sono, di fatto, quantificabili se non nel lungo periodo, soprattutto in termini di brand reputation, per dirne una.
Se davvero iniziassimo a pensare che la nostra migliore strategia siamo NOI e che quindi sarebbe opportuno iniziare a pensare a una "filosofia" della comunicazione, intesa come un momento di silenzio nel quale iniziamo a chiederci "chi siamo, cosa vorremmo esprimere, a chi stiamo parlando e con quali mezzi", credo che in giro troveremmo più storie da raccontare e meno questionari sulla soddisfazione da compilare a fine soggiorno e forse, la vacanza tornerebbe a essere un luogo per sognatori audaci!
Questa mattina infatti ho letto una interessante considerazione che Paolo Ratto ha fatto sul suo blog (andatela a leggerla qui, perché merita). Sono stata attratta subito dal titolo, perché la presunta (in)calcolabilità del ROI con me ha presa facile. Non è un mistero infatti che io sia tendenzialmente allergica alle pratiche "vivisezionatrici" che pretendono di misurare, comparare, rendicontare ogni singolo frutto dell'operato umano.
Da buona amante degli sguardi olistici, protendo invece per una visione di insieme che non risparmia quindi neanche tutte le operazioni di comunicazione che sottendono l'attività di una azienda (in questo caso un hotel). Quello che voglio dire, e che ho cercato di esprimere anche nel rispondere a un quesito che mi è stato posto durante il mio speech a BTO, è che la vera rivoluzione che i social media hanno apportato, è di ordine culturale. L'avvento del 2.0 ha in effetti stravolto il comune sentire, ponendo al centro dell'interesse ogni singola voce (o cinguettio) e quindi l'individuo, la persona, il suo bagaglio di unicità e di esperienze. In questa ottica vengono a cadere le "strategie di mercato" e si insinua un nuovo concetto: quello secondo il quale la migliore strategia che una azienda può mettere in campo, è proprio la risorsa umana di cui dispone, in termini di qualità personali, predisposizioni, interessi, attitudini che i social media aiutano a esprimere e a mettere in risalto. Un esempio per tutti? Peccando di campanilismo potrei citare TRIP TRIP HURRA', la videorisposta che abbiamo realizzato per cercare di capire quali fossero i motivi dello scontento che aveva originato una serie di recensioni negative tutte molto simili tra loro, a partire da un presupposto per noi imprescindibile: metterci la faccia, dare valore alle persone, dare una voce e un volto a quelle critiche.
Si, perché dietro alla pasta scotta o al giardino a mare con i cestini da vuotare o alla sottoscritta che offre aperitivi agli amici, ci sono storie, vissuti, esperienze, talavolta anche difficoltà e momenti no, dei quali avere rispetto a prescindere. Avere rispetto delle persone, mettere al centro le loro storie, non significa giustificarle a prescindere né che queste siano infallibili, significa solo tornare a dare il giusto valore a quanto ci circonda e per farlo, io credo si dovrebbero raccontare più storie e fare meno analisi quantitative sui ritorni degli investimenti che non sono, di fatto, quantificabili se non nel lungo periodo, soprattutto in termini di brand reputation, per dirne una.
Se davvero iniziassimo a pensare che la nostra migliore strategia siamo NOI e che quindi sarebbe opportuno iniziare a pensare a una "filosofia" della comunicazione, intesa come un momento di silenzio nel quale iniziamo a chiederci "chi siamo, cosa vorremmo esprimere, a chi stiamo parlando e con quali mezzi", credo che in giro troveremmo più storie da raccontare e meno questionari sulla soddisfazione da compilare a fine soggiorno e forse, la vacanza tornerebbe a essere un luogo per sognatori audaci!
giovedì 6 dicembre 2012
Di come (e di quanto) il luoghi li facciano le persone
"È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. […] La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo".
Pessoa
Si, lo ammetto, il libro dell'inquietudine di Pessoa c'entra con questo post.
O meglio, c'entra la sensazione che alla fine della fiera i luoghi li facciano davvero le persone e che quindi questi siamo una semplice "coincidenza spazio temporale", utile affinchè l'incrocio umano abbia luogo.
Ma andiamo per gradi (mi son confusa anche io!)
A fine novembre mi chiama un caro amico. Ah, si, perché mentre faccio la cantastorie all'Hotel Cernia, capita che io incontrando ospiti, artisti, musicisti, mi invaghisca tremendamente della loro umanità e in un soffio entrino a far parte della mia "famiglia". Nella fattispecie, quindi, il caro amico che mi ha chiamato a Novembre, è Fabrizio, un vulcanico batterista pittore siciliano che ho avuto il piacere di incontrare qualche anno fa proprio in hotel, dove si esibì con il suo quartetto jazz. Durante la telefonata, ho appreso che il mio amico stava organizzando un tour nel centro Italia e che una data era prevista a Pisotoia. Pistoia??
In un attimo ho realizzato che Marco, un altro mio amico, gestisce una struttura proprio lì vicino, e che sarebbe stato fantastico poter provare a realizzare un incontro di persone, affetti, storie, legati a doppio filo al Cernia (perché avrei contattato gli ospiti, che nel tempo sono diventati amici, dell'hotel) ma fuori dall'albergo, proprio nel Frantoio di Colle Alberto dove lavora Marco. In un attimo è stato tutto un frullar di telefonate, mail, contatti, proposte e, senza che me ne rendessi conto, è nato il #cerniatour ovvero la possibilità di fare incontrare le persone e gli affetti che si sono creati all'isola d'Elba ma a Pistoia, in un'altra struttura, facendo esibire gli amici jazzisti dopo una cena preparata dal nostro cuoco. In pratica, le persone sarebbero state le stesse (e quindi abbiamo esportato anche la nostra cucina emotiva) ma il luogo sarebbe stato completamente diverso. Distese di campi e ulivi vs. il mare cristallino dell'Elba e il giardino del Cernia e in un attimo ho capito che avrei avuto modo di provare personalmente quanto aveva scritto Pessoa, riguardo ai luoghi, ai viaggi e alle persone.
Il risultato è stato a dir poco entusiasmante perché in un brevissimo lasso di tempo non solo mi sono sentita a casa in un luogo (tra l'altro la struttura è bellissima, dateci un'occhiata qui) mai visto prima, ma mi son trovata ad accompagnare in camera gli amici, ad accoglierli al loro arrivo, a mangiare alla stessa tavola con loro proprio come accade in hotel.
In pochissimo tempo, mi è stato chiaro che la magia che pervade l'albergo, è il risultato di un incrocio umano straordinario che ha la virtù di procurare gioia e benessere non solo in chi ci viene ma anche in chi, come me ci lavora. Ho avuto quindi la assoluta certezza che i luoghi sono "meri" pretesti relazionali, quasi come fossero degli svincoli autostradali, delle aree deputate all'incontro e allo scambio tra persone, storie, vissuti. In questa chiave, riesco a leggere diversamente anche il mio lavoro e ad aggiungere un colore nuovo ad esso.
Confesso che spesso mi sono sentita dire, in modo più o meno diretto, che quanto facevo era "facile" a farsi, perché mi trovo in un posto meraviglioso (l'isola d'Elba e nello specifico Sant'Andrea che è realmente uno degli angoli più fascinosi dello "scoglio") e lavoro in un bell'albergo e confesso anche che non ho mai replicato a queste affermazioni. La ragione del mio silenzio, è che, pur sussistendo le condizioni di "bellezza" che mi venivano ricordate (a volte con veemenza, lo confesso) non somo mai stata gran chè convinta che la bellezza di per sé bastasse. Il Cerniatour mi aiuta a trovare una risposta e a capire forse ancora meglio dove risieda la magia nel mio lavoro. Se Colle Alberto si trova in un tratto di campagna pistoiese molto bella e la struttura, di per sé, è piena di fascino perché recentemente ristrutturata con gusto, non credo che l'appeal complessivo del luogo basti a giustificare la "pienezza" vissuta in quei giorni di un piovoso novembre. Niente SPA o trattamenti benessere, intrattenimenti serali o piste sciistiche a motivare il lungo viaggio degli ospiti (che ci hanno raggiunto anche da Roma e Torino) ma un solo, insostituibile ingrediente: l'incontro.
A Colle Alberto, abbiamo vissuto due giorni di affetto, circondati dalle
attenzioni di Marco che si è adoperato mettendosi in gioco in una
avventura del tutto nuova per lui, e in un attimo ci siamo trovati tra i
banchi del mercato a fare la spesa dai contadini, dietro ai fornelli ad
aiutare Michele, il cuoco, in sala da pranzo ad apparecchiare e infine tutti
insieme a colazione per un pieno di buoni propositi. Non amo il Natale, purtroppo fin da quando sono piccola, ma se dovessi
immaginarmene uno, somiglierebbe ai miei giorni a Pistoia. Non
raccontatemi balle: i luoghi, così come i viaggi, li fanno le persone e
io ne conosco di straordinarie, parola mia.
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mercoledì 21 novembre 2012
Fravola
Non si può scegliere il proprio destino ma si
può andare a fondo del proprio desiderio. Anche in catene c'è per
ciascuno di noi questo spazio libero che nessuno ci può togliere. Quello
che conta è avere emozioni potenti, anche la sconfitta se sentita
profondamente diventa una vittoria, quello che conta è sentire il
miracolo di esistere.
(R.Benigni)
Come inizio non c'è male: da "fraelba" a "fravola", da una constatazione di luogo a un augurio malcelato.
Francesca viaggia si sposta, cambia, cresce, lascia un pezzetto di sè per fare spazio a quel qualcosa di nuovo che verrà.Dagli entusiasmi "giovanili" di una donna con una "fissa dimora" (l'isola d'Elba) in piena esplorazione di sè e di un mondo che le è sempre parso un "giardino incantato", ai pensieri più sussurrati, di una che, alla vigilia dei 40 anni, capisce che le maniche deve ancora iniziare a rimboccarsele e che la dimora in realtà non l'ha mai avuta. Del resto gitane si nasce e la vita ti da l'occasione di scoprirlo, a patto che tu le lasci le porte aperte.
Pensieri, letture, intuizioni che balenano nella notte, esperienze di vita e di lavoro, disordinatamente mescolate in modo casuale e confuso (quando si dice: "di necessità virtù") ma anche espressioni artistiche, comunicazione, tanto social e new technologies, passando per la cucina e la trafelata esistenza di "una che è anche mamma di una ragazzina alle prese con le prime scperte pre-adolescenziali".
Un tentativo ragionato (ma anche no) per capire la strada percorsa fin qui e quella da imboccare, forte dell'esperienza ad oggi acquisita e di questo nuovo sguardo sul mondo.
Bentrovata, FRA: VOLA!
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