Insperato e inatteso, fortuito e benedetto mi è arrivato in regalo da Mafe "il diritto di stare male, essere egoista e di arrabbiarmi, ogni tanto, per poi
accettare che possiamo migliorare tutti, anche io e che
"essere se stessi" non è il traguardo, è il punto da cui partiamo tutti".
E' un regalo prezioso, che insegna il valore dell'esperienza come viatico per la conoscenza, dell'introspezione come balzo necessario per spiccare il volo.
Un balzo che si rende indispensabile e che passa attraverso la mia capacità di tagliare un cordone ombelicale emotivo con quanto è stato, per cercare nuovi lidi e altre forme espressive. Del resto "la soglia è interpretata come un passaggio obbligato non solo perché ci è inflitto dalla vita ma anche perché decidiamo di farci carico del frangente che stiamo attraversando; decidiamo, insomma, di essere, anche se nostro malgrado, protagonisti del dramma che stiamo vivendo".
Nel farlo, saluterò questi luoghi e la mia vecchia casa festeggiando quanto più possibile con le persone e gli incontri che hanno reso importanti questi anni di crescita. A incoraggiarmi in questa direzione, un incontro folgorante con una delle tante persone che amano l'Elba silenziosamente e profondamente e che dedicano il loro tempo, la loro creatività e le loro energie alle proprie passioni. Si tratta di Luca Polesi, maestro d'arte visionario, direi io, perché ha il raro dono di saper guardare oltre le apparenze per immaginare forme e composizioni di materiali (rigorosamente riciclati) audaci e creativi, regalando una seconda vita alle cose.
Dedicherò a Luca uno spazio più ampio nei miei racconti ma al momento sento che quest'incontro e l'emozione che mi ha suscitato, mi aiutano a ad affrontare con la giusta energia e dose di entusiasmo un saluto all'Hotel Cernia per come vorrei che fosse: pieno di amore e gratitudine per quest'isola ma onesto, senza cocci in tasca, a tratti velato della tristezza che ammanta i saluti commossi. Ci saranno eventi e incontri e persone da conoscere e passioni da condividere e soprattutto una grande e spudorata dichiarazione d'amore per l'Elba, capace di sedurre moltissime persone che con grande creatività si impegnano a restituirle bellezza attraverso le loro opere.
L'isola viaggerà con me, ovunque io sia diretta e insieme a lei, tutti gli sguardi sinceri e puliti di chi come me, la ama e ne sogna un destino migliore di quello attuale.
A Mafe de Baggis e alla sua straordinaria limpidezza di pensiero, dedico queste mie righe tumultuose, con l'impegno di fare tesoro di tutto ciò che mi ha portato fin qui perché "La crisi (...) può diventare
un’occasione per cogliere l’intensità del momento e per descrivere il
mondo in un modo nuovo o restare un evento senza senso, subito e non
compreso. Qualcosa che non ci farà cambiare perché non saremo riusciti a
raccontarlo e a leggerlo o qualcosa che ci trasformerà perché saremo
riusciti ad usarne l’intensità.”
Grazie Mafe, ti aspetto.
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martedì 19 febbraio 2013
lunedì 28 gennaio 2013
L'isolAmare di Francesca Groppelli
E pensare che ieri c'era un bel solicello e io ero lontana e sognavo la mia amata, le sue spiagge selvagge, le rocce assolate, i sentieri boscosi e oggi, che sono tornata sull'isola, è tutto un piovere nebbioso. Non crediate, anche oggi ha il suo perché.
Una tazza fumante di orzo, le candele di rito accese e per me si spalancano le porte del Paradiso e sono pronta per la prima storia di isolAmare.
L'avevo detto, no? Mi piace l'idea che di un posto, al di là del numero delle spiagge, dei campeggi e dei locali serali aperti, si racconti la vita, le passioni, le esperienza di chi la vive, la ama, se ne prende cura, affinché il racconto diventi credibile e soprattutto si colori delle emozioni delle persone (perché, si sa, i luoghi li fanno le persone). Molti conoscono la vocazione minerari dell'isola, tanti associano all'idea dell'Elba quella di Napoleone e parecchi hanno sentito dire che qui si produce un ottimo vino passito (l'ha detto pure Mina, figuriamoci)
ma quanti sanno che quest'isola ha la fortuna di essere profondamente amata da moltissime persone che da lei si lasciano ispirare?
Il racconto di isolAmare inizia con Francesca Groppelli, mia omonima, come me non nativa dell'isola ma assolutamente e inguaribilmente affetta da elbanitudine. Ho scelto di iniziare con Francesca perché è una donna che impegna molte energie e competenze nel cercare di tenere unito il contesto culturale dell'Isola e perché condivido pienamente la sua idea secondo la quale ciò che si riceve in qualche modo lo si restituisce e quest'isola, giuro, trabocca bellezza.
Francesca, solo 4 domande. Per iniziare, raccontaci chi sei
"Mi chiamo Francesca Groppelli, sono un' artista.Dopo gli studi di Pittura in Accademia a Milano, mi sono occupata di arte nella mia città d'origine,
Crema, in provincia di Cremona.
Nel 1983 ho ideato insieme al critico d'arte Paolo Ferrari la rassegna “Opera Aperta”. Hanno
partecipato diversi artisti, poeti, musicisti e un convegno sullo stato dell'arte contemporanea. Da tempo come artista ero “uscita” dallo spazio della tela che usa il pittore. Ne è risultata l'esigenza
di prendere possesso di uno spazio più ampio; di occupare con l'arte muri, piazze, luoghi della città.
All'interno del progetto il mio intervento è stato una installazione, “Agorà, che aveva l'intento tramite una proiezione di immagini di opere in restauro, di riqualificare e valorizzare un “luogo”, il Mercato Austroungarico a Crema. Uno spazio cittadino pubblico, un luogo deputato all'incontro e allo scambio delle merci in completo stato di abbandono. L'obiettivo che mi ero proposta era di sensibilizzare le persone alla salvaguardi ed al restauro dell'opera d'arte, (in quel caso una architettura) e dei beni artistici, dando loro nuovamente vita. Da quell'intervento è partita una riconsiderazione di quel pezzo di città “abbandonata” e ora a distanza di anni quel luogo viene utilizzato per interessanti mostre d'arte".
Da Crema all'Elba, perché?
"Sono arrivata all'Elba 27 anni fa. Ho amato l'isola da subito..... allora insegnavo e questo mi permetteva di passare sull'isola molto tempo. La spiaggia delle “Viste” era il luogo dove trascorrevo le mie giornate, guardando il mare, ma sopratutto lo Scoglietto. Alcuni anni fa, per amore, mi ci sono trasferita. C'è forse una ragione particolare per cui l'isola e l'acqua che la circonda attira a se le persone in ricerca e desiderose di sviluppare al meglio le proprie capacità? Parecchi artisti come me hanno deciso di vivere all'Elba o di soggiornarvi a lungo. Ora penso che anche il magnetismo delle sue rocce attiri a se con grande energia".
L'Elba per TE, puoi descrivercela?
Da sempre penso che quello che una persona riceve debba restituirlo.
Per questo motivo ho fondato l'associazione culturale ArteElba, con l'intento di valorizzare il
territorio e di promuovere l'arte sull'isola.
Nel 2010 ho ideato e curato per il Comune di Portoferraio il Premio “Elba Arte Donna”, per dare
visibilità al lavoro delle artiste presenti sull'isola.
Il Premio che ormai è diventato un appuntamento fisso, si svolge tutti gli anni a Marzo al Centro
Culturale De Laugier. In questi anni tante artiste, tante personalità di donne rivelate attraverso l'arte
che, come rammentano i dizionari, è un sostantivo femminile.
Per approfondire concretamente cosa un artista può dare a una città e a una comunità attraverso una
sinergia con l'organismo pubblico, posso raccontare inoltre il progetto NONSOLOARTE.
Una serie di mostre e incontri culturali che hanno animato le serate domenicali estive che si sono
svolte presso la Sede della Lega Navale Italiana a Portoferraio, in collaborazione con il Comune.
NONSOLOARTE ha portato alla rivalorizzazione culturale, ambientale, artistica, sociale di un
luogo, il Grigolo. Un intervento di Arte Pubblica teso a preservare un “luogo” di vita, dove la gente
può comunicare, giocare, riposare e contemplare! Stare Bene. La scrittura mi obbliga ad interrogarmi sul mio significato di essere artista. L'essere immersa completamente in quello che sto facendo, una vita dedicata a una idea di arte che non è legata al mercato, ma è espansione del proprio essere. Oggi per me l'Elba è motivo d'amore, per la sua cultura e la sua natura.
L'intera isola è disseminata di tracce che ci provengono dal passato. L'Elba è stata frequentata da grandi artisti. Nel 1926 vi ha soggiornato come turista per un periodo di riposo il grande artista svizzero Paul
Klee. Egli visita l'Elba perché ci si può vivere tranquilli, immersi nella natura e nella bellezza.
Un “luogo dell'anima”....
Il viaggio di Klee non fu solo fisico, ma d'esplorazione interiore, tra terra-mare e spirito; una ricerca
che forse non ha uguali nella storia dell'arte moderna.
Ho studiato e amato la poetica di questo artista e l'isola me lo ha fatto rincontrare.
L'isola è quindi anche per me “scelta di vita”, “viaggio di scoperta” verso le origini, verso l'essere."
Per finire, Francesca, mi piace l'idea che isolAmare sia un passaparola di passioni e che ognuno partecipasse attivamente alla costituzione di questo girotondo di umanità e sensibilità unite dal grande amore per l'Elba. Quindi, prima di salutarti e ringraziarti di cuore per la disponibilità, ti chiedo, adesso vorresti che raccontassi l'isolAmare di Chi? E perché?
"Dico Claudia Lanzoni perchè credo che sia una persona con
tanto cuore e che ami l'Elba, da non elbana, quanto me. Quello che sta
facendo per Capoliveri non è solo lavoro."
Ammiro molto l'impegno di Claudia Lanzoni e in tutta onestà (ma non ditelo in giro) sono felice di continuare a raccontare di donne (del resto l'isola è femminile). Sarà un piacere continuare la storia di isolAmore ma una cosa è già evidente: qui il filo rosso è la passione!
lunedì 7 gennaio 2013
Guardate un bambino: cosa lo inebria?
Scrivo da sempre.
No, beh, da quando ne ho memoria.
La scrittura è sempre stata la mia migliore amica. Avete presente l'età in cui tutti i bambini hanno un amico immaginario? beh, io avevo il mio diario. Mi seguiva ovunque e quando non c'era, a sostituirlo trovavo un foglio, una penna a uno spazio silenzioso, per me.
Scrivere mi aiuta a fermare il tempo (ok, so già che mi direte che il tempo non esiste.... allora diciamo che ferma l'idea che di tempo abbiamo, ok?). Dunque, dicevo, che la scrittura è la mia migliore amica, mi aiuta a dipanare i piensieri che da sempre corrono veloci e che si perdono con tumulto e vivavicità nei meandri della mia immaginazione. Come tutti i viaggiatori che si spostino per mare (ovvio, vivo su un'isola!) ho bisogno di attraccare di tanto in tanto, di tirare l'ancora (e il respiro) e ascoltare e per farlo, scrivo.
Cosa scrivo? Di tutto, dalla lista della spesa (che puntualmente dimentico a casa e quindi, dico io, perché intestardirsi a farla!) alle cose che mi piacciono, dalle litigate con mia figlia, ai momenti più ameni di me e di lei, talvolta, passando per disquisizioni di dubbio valore filosofico quando cerco di interpretare i miei sogni (e quando mai ci becco, comunque, per non perdermene neanche uno, ho preso l'abitudine di tenere un quaderno vicino al letto).
Ultimamente però m'è presa una fissa.
Mi sono cioè convinta che si finisca con l'attrarre ciò che si pensa e che quindi quanti più pensieri positivi nutriamo e alimentiamo in noi stessi, tanta più "abbondanza" troveremo lungo la via. Per tenere viva la fiamma dei buoni pensieri, mi diverto quindi a stilare un quotidiano elenco delle cose e/o delle persone/eventi per i quali essere grati o che semplicemente mi piacciono e mi fanno stare bene. La cosa sorprendente, è che ho capito che di motivi per i quali essere contenta io ne ho davvero molti e che questi passano quotidianamente in sordina, sepolti dalle varie preoccupazioni lavorativo - familiari. Non solo: ho capito che siamo avari, che le nostre vite sono pervase da una sorta di stitichezza emotiva che mi ha stancata. Sono stufa (l'ho detto) di perdere tempo, anestetizzandomi alla vita, rivestendo le mie affermazioni di quel cinismo che fa tanto chic e smart e magari cool (ci stava bene, dai), sedendomi in una qualunque sala d'aspetto della vita, in attesa che una presunta superfelicità formato famiglia, full optional e in superhd si presenti davanti a me. Ma quante vite devo vivere ancora per capire che è TUTTO QUI, che la perfezione ci circonda, che basta mettere il naso all'insù, tendere l'orecchio in mezzo a un prato, spogliarsi dei comportamenti di circostanza e frugare, instancabilmente cercare, quel quid di autentico, innato, semplice, non socialmente corrotto, che vive e palpita dentro di noi?
Le rare volte in cui riesco a fare silenzio dentro di me e a ricordare la mia fortuna, svaniscono i problemi, i pensieri, persino quell'orrenda inclinazione (inutile, per la verità) alla pre-occupazione e riesco, d'un tratto, a occuparmi, invece, di me e di chi amo. Il riconoscere la bellezza non significa rinunciare allo spirito critico che resta un ingrediente fondamentale per valutare e discernere ma che, se usato a dismisura, può diventare una lente deformante per interpretare la realtà .
In sostanza, non lo nego, io sono una grande amante della semplicità (che, state attenti, è complessità risolta e non fa rima con superficialità).
Maya o non Maya (a proposito, sia chiaro: carine tutte le battute che sono fiorite in materia ma ovviamente il cambiamento è in atto e come) io sento una crescente necessità di tornare alle origini, al significato delle cose (parole comprese: se ne abusa così spesso, che orrore!). E' come se percepissi che negli anni avessimo aggiunto sovrastrutture, falsi bisogni, etichette e istituzioni sociali di varia natura e genere alle nostre vite e ci fossimo allontanati dall'essenza delle cose. Guardate un bambino e fate caso a cosa lo inebria: una giornata di sole per uscire nel parco a esplorare il mondo, la carezza della madre, una parola gentile, un buon pasto, sonni confortevoli. E voi, di cosa avete bisogno per sentirvi appagati? e soprattutto, vi ricordate di esserne grati? Io troppo poco per la verità: è tempo che cambi abitudini!
No, beh, da quando ne ho memoria.
La scrittura è sempre stata la mia migliore amica. Avete presente l'età in cui tutti i bambini hanno un amico immaginario? beh, io avevo il mio diario. Mi seguiva ovunque e quando non c'era, a sostituirlo trovavo un foglio, una penna a uno spazio silenzioso, per me.
Scrivere mi aiuta a fermare il tempo (ok, so già che mi direte che il tempo non esiste.... allora diciamo che ferma l'idea che di tempo abbiamo, ok?). Dunque, dicevo, che la scrittura è la mia migliore amica, mi aiuta a dipanare i piensieri che da sempre corrono veloci e che si perdono con tumulto e vivavicità nei meandri della mia immaginazione. Come tutti i viaggiatori che si spostino per mare (ovvio, vivo su un'isola!) ho bisogno di attraccare di tanto in tanto, di tirare l'ancora (e il respiro) e ascoltare e per farlo, scrivo.
Cosa scrivo? Di tutto, dalla lista della spesa (che puntualmente dimentico a casa e quindi, dico io, perché intestardirsi a farla!) alle cose che mi piacciono, dalle litigate con mia figlia, ai momenti più ameni di me e di lei, talvolta, passando per disquisizioni di dubbio valore filosofico quando cerco di interpretare i miei sogni (e quando mai ci becco, comunque, per non perdermene neanche uno, ho preso l'abitudine di tenere un quaderno vicino al letto).
Ultimamente però m'è presa una fissa.
Mi sono cioè convinta che si finisca con l'attrarre ciò che si pensa e che quindi quanti più pensieri positivi nutriamo e alimentiamo in noi stessi, tanta più "abbondanza" troveremo lungo la via. Per tenere viva la fiamma dei buoni pensieri, mi diverto quindi a stilare un quotidiano elenco delle cose e/o delle persone/eventi per i quali essere grati o che semplicemente mi piacciono e mi fanno stare bene. La cosa sorprendente, è che ho capito che di motivi per i quali essere contenta io ne ho davvero molti e che questi passano quotidianamente in sordina, sepolti dalle varie preoccupazioni lavorativo - familiari. Non solo: ho capito che siamo avari, che le nostre vite sono pervase da una sorta di stitichezza emotiva che mi ha stancata. Sono stufa (l'ho detto) di perdere tempo, anestetizzandomi alla vita, rivestendo le mie affermazioni di quel cinismo che fa tanto chic e smart e magari cool (ci stava bene, dai), sedendomi in una qualunque sala d'aspetto della vita, in attesa che una presunta superfelicità formato famiglia, full optional e in superhd si presenti davanti a me. Ma quante vite devo vivere ancora per capire che è TUTTO QUI, che la perfezione ci circonda, che basta mettere il naso all'insù, tendere l'orecchio in mezzo a un prato, spogliarsi dei comportamenti di circostanza e frugare, instancabilmente cercare, quel quid di autentico, innato, semplice, non socialmente corrotto, che vive e palpita dentro di noi?
Le rare volte in cui riesco a fare silenzio dentro di me e a ricordare la mia fortuna, svaniscono i problemi, i pensieri, persino quell'orrenda inclinazione (inutile, per la verità) alla pre-occupazione e riesco, d'un tratto, a occuparmi, invece, di me e di chi amo. Il riconoscere la bellezza non significa rinunciare allo spirito critico che resta un ingrediente fondamentale per valutare e discernere ma che, se usato a dismisura, può diventare una lente deformante per interpretare la realtà .
In sostanza, non lo nego, io sono una grande amante della semplicità (che, state attenti, è complessità risolta e non fa rima con superficialità).
Maya o non Maya (a proposito, sia chiaro: carine tutte le battute che sono fiorite in materia ma ovviamente il cambiamento è in atto e come) io sento una crescente necessità di tornare alle origini, al significato delle cose (parole comprese: se ne abusa così spesso, che orrore!). E' come se percepissi che negli anni avessimo aggiunto sovrastrutture, falsi bisogni, etichette e istituzioni sociali di varia natura e genere alle nostre vite e ci fossimo allontanati dall'essenza delle cose. Guardate un bambino e fate caso a cosa lo inebria: una giornata di sole per uscire nel parco a esplorare il mondo, la carezza della madre, una parola gentile, un buon pasto, sonni confortevoli. E voi, di cosa avete bisogno per sentirvi appagati? e soprattutto, vi ricordate di esserne grati? Io troppo poco per la verità: è tempo che cambi abitudini!
sabato 29 dicembre 2012
Come si saluta un WOW-anno?
Proprio
ora che si avvicinano le ultime ore dell'anno, passo in rassegna i
volti, le voci, le strette di mano, i silenzi e le risate che mi hanno
tenuta per mano. Strano, è come sentire che improvvisamente la stanza è
affollata, non tanto di persone, quanto di affetti, piccole epifanie,
momenti di senso.
Questo è l'incip, o forse la conclusione di quanto ho nel cuore.
Il 2012 è stato un anno denso. Accipicchia, a pensarci adesso direi che di anni densi, intensi, a tratti interminabili, ne ho vissuti molti, ultimamente, e comunque, dicevo, il 2012 è stato "tosto".
Aiuto la mia mente poco razionale e poco avvezza (anzi, recalcitrante, direi) a sistematizzare anni di turbolenti cambiamenti, e lo faccio stilando elenchi. Che buffo, così facendo mi sembra di essere più obiettiva, di non lasciarmi impastare dalle emozioni, di mantenere uno sguardo limpido sulle cose (ovviamente sto mentendo a me stessa, mi sto convincendo che questo sia possibile e, soprattutto, che serva a qualcosa).
Fatto il dovuto silenzio nella mia testa e cercato quel momento di quiete che fa affiorare i pensieri puliti dal groviglio del sentire, direi che il 2012 è stato un WOW-anno.
Lo so, chi mi conosce un pò e ha seguito le mie vicissitudini, si starà grattando nervosamente la testa, stropiccinadosi gli occhi e bevendo qualcosa di forte (gli astemi, invece, se la prenderanno con un bel pezzo di cioccolata). Il 2012 è stato WOW, perché non ho avuto paura di guardare la paura fino infondo, dritta negli occhi - che poi sono i miei, perché le paure sono nostre proiezioni. Se nel 2010 ho dato una poderosa rassettata alla mia vita, trovando il coraggio di dire cosa funzionava - all'epoca, probabilmente, poco, ma del resto, senza deragliamenti, non potremmo apprezzare la meraviglia di un viaggio - nel 2012 ho dato seguito alle mie scelte, inizando a sentirmi nel vero senso della parola e a dare concretezza ai miei bisogni.
Potrei sintetizzare questi due anni di cui parlo, dicendo che il primo, il 2010, è stato l'anno del dire, mentre questo, quello del fare; di mezzo, ovvio, c'è stato il mare: quello cristallino dell'isola che mi fa da casa da 15 anni e che è diventato una parte di me.
E allora, visto che siamo in tema di fare, vediamo nello specifico cosa ho fatto:
- In primo luogo ho fatto chiarezza e per raggiungerla con gli altri, si torna sempre lì, l'ho fatta dentro di me. Questo ha implicato che mi riconoscessi meno infallibile e all'altezza di una qualsivoglia aspettativa, come ero stata brava a raccontarmi per una vita
- La conseguenza logica del punto uno, è stato il chiarirmi con gli altri, ridefinire i ruoli, le responsabilità, le aspettative che è lecito ricadano su di me e quelle che invece - mi spiace tanto - ma non sono alla mia portata
- Per poter sperare di avvicinarmi a realizzare il punto due, ho dovuto fare un entusiasmante esercizio di definizione degli spazi. Il "qui finisco io e là iniziano gli altri", mi ha regalato l'inebriante sensazione che si, anche io posso dire di no: nessuno ne muore e io ne guadagno in salute.
- Nel mentre che facevo chiarezza dentro di me, capivo che i luoghi li fanno le persone e che le relazioni che vanno costituendosi, realizzano un intreccio di emozioni, storie condivise e racconti di vita, che definiscono i contorni di uno spazio, quello interiore, che non teme traslochi, distanza fisica, trascorrere del tempo: in qualsiasi momento io posso raggiungere quelle persone e quelle emozioni che fanno ormai parte di me.
- A corollario di quanto scritto, e per quella chiarezza a me dovuta, ho capito che se si concretizzeranno le condizioni perchè io resti all'isola d'Elba a continuare a occuparmi di una casa che non è un albergo che si chiama Hotel Cernia, sarò estremamente felice di farlo ma che se, viceversa, questo non dovesse essere più possibile proprio in virtù di quel ridefinirsi di ruoli, esigenze e situazioni, saluterò con un bell'inchino e tanta gratitudine una intensa e lunga pagina della mia vita, per scriverne una tutta nuova, senza abbandonare le persone che l'hanno resa unica.
- La mia insaziabile curiosità, che ha mantenuto viva la voglia di scoprire, di conoscere, di viaggiare con la mente, in anni in cui le pastoie emotive mi tenevano bloccata
- L'istinto materno, che ha calmato la mia impulsività e il mio innato ardore e che mi ha tenuta sull'isola, in momenti nei quali, probabilmente, fossi stata sola, ne sarei fuggita. Questo stesso istinto è quello che oggi mi fa guardare con gratitudine a tutto ciò che sono riuscita a seminare, nonostante tutto ma, anzi, probabilmente proprio grazie alle difficoltà.
- La rete di relazioni, sottile, quanto forte, invisibile quanto presente, che in questi anni è nata, proprio grazie a quel meraviglioso albergo nel quale fioriscono più che piante, rapporti straordinari, e che sempre viaggerà con me.
Proprio
ora che si avvicinano le ultime ore dell'anno, passo in rassegna i
volti, le voci, le strette di mano, i silenzi e le risate che mi hanno
tenuta per mano. Strano, è come sentire che improvvisamente la stanza è
affollata, non tanto di persone, quanto di affetti, piccole epifanie,
momenti di senso.
E, credetemi, di momenti di senso ne ho vissuti davvero tanti, per questo sono felice di salutare questo bellissimo e importantissimo WOW - anno!
venerdì 28 dicembre 2012
Per due cose impara a non agitarti
Posti che, quando ne varchi la soglia, sei pervaso da una forte energia positiva, quasi tu fossi appena uscito da una seduta di yoga, posti che ti rimettono a posto, che ti fanno guardare al mondo nella giusta prospettiva, che quando ci sei, ci sei sempre stata e il prima e il dopo non hanno senso di esistere.
Uno di questi, per me, è a Pistoia e si chiama Arcanami.
Ogni volta che ci vado, e sono anni che lo frequento, mi incanto, mi emoziono, torno a casa inebriata.
Uno dei cartelli all'entrata di questo piccolo spazio affettuoso, recita "entrate liberi, uscite contenti" (quale migliore augurio per una raminga come me) e fa intuire la filosofia di vita con cui Consuelo, la padrona di casa, gestisce la sua laboratozeria.
Al suo interno, una collezione variopinta di opere prevalentemente ceramiche, libri, lanterne, bottoni magici, tuffatori, gufi, gomitoli di lana in barattolo (per quando si perde il filo) e un grande albero ad accogliere ogni mese un artista diverso tra le sue fronde chiare.
Fanno da cornice a questo spazio incantato i quadri di Consuelo: tele di varie forme e dimensioni sulle quali restano intrappolati i suoi segni - a testimoniare una continua ricerca proiettata all'essenza delle cose - tant'è che l'individuo (spesso e non a caso solo) si riduce a un segno verticale su un'orizzonte, prevalentemente orizzontale. Spesso il suo "uno" si trasforma in sognante trapezista che vive sospeso tra due mondi, oppure in pavido esploratore (di sé, ça va sans dire) che tenta improbabili conquiste di fortezze inespugnabili con strettissime e lunghissime scale, munito, oltre che del suo coraggio, di un lunghissimo filo al quale tiene legata a mò di palloncino, la luna, o una chiave (di volta, direi, conoscendo l'autrice) per alleviare un percorso che mescola il reale all'onirico con singolare dolcezza.
Si, lo so, il nome è tutto un programma ma come non innamorarsene!
La casa di Consuelo fa bene al cuore, dicevo, perchè è calda e ospitale, profuma di affetto e gesti felici, colleziona morsi di bellezza, pennellate di poetico vivere, non risparmia momenti di riflessione a chi, sentitosi libero di entrare, ne respira la ricerca dell'essenza che è tutt'altro che semplice perché richiede un costante ascolto, una coraggiosa ricerca mai paga di sé attraverso le pieghe più nascoste del nostro sentire, perchè solo chi ha amato le stelle troppo profondamente, riesce a non avere paura del buio (chi lo disse? quel geniaccio di Galileo, mi pare, e lui di stelle se ne intendeva!).
Andare da Arcanami, per me significa spogliarmi dei crucci e dei piccoli incidenti di percorso e tronare all'essenza, liberarmi del superfluo, fare spazio dentro di me, cercare il momento di quiete che restituisce ordine e giusto peso alle cose e soprattutto significa abbracciare un'amica, una sorella, una compagna di viaggio con cui ho condiviso molti momenti, molti silenzi, molte paure e molti progetti e che con sorprendente sincronicità negli accadimenti vicendevoli, ritrovo spesso vicina di percorso nonostante in apparenza le nostre vie siano molto distanti geograficamente e non solo.Quando vado da Consuelo, non manco di ricordare che:
Se aveste voglia di conoscerla, la trovate a Pistoia in Via Cellesi, proprio dietro al delizioso mercato in Piazza della Sala ma non ditele che vi mando io: potrebbe sgranare gli occhi, aprirsi in un larghissimo sorriso e sbrillucciacare tutta!
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mercoledì 26 dicembre 2012
A Natale puoi. Ma che significa?
A Natale puoi... recita il tormentone di una pubblicità che da anni mi suona nelle orecchie (beh, significa che come tormentone è azzeccato) ma non mi ero mai soffermata a pensare.
Ammetto che sono affetta da pregiudizio: tutto ciò che ha a che fare con il "panettone natalizio" e con il volto ultraconsumistico dello stesso, mi rivolta un pò. Per difendermi dall'imperversare di immagini patitnate di cori di bambini riccioli con sciarpetta rossa o di case che non pagano la bolletta, penso io, tanto sono illuminate a festa mentre le tavole, imbandite fino all'inverosimile, accolgono famiglie numerosissime (tutte fotogeniche, eh) felici e innamorate, spengo la mente. Si, avete capito bene, la spengo e accendo l'immaginazione e i ricordi.
Così mi capita di pensare al Natale di mio nonno, quando ai bambini si regalavano mandarini e noci e la mamma tirava fuori dalle zampe magre della sventurata pollastrella, il brodo per 12 (si, la tavola era sempre apparecchiata per lo stesso numero di commensali quanti erano gli apostoli, avete capito bene). Si frugava nel baule del corredo delle nonne per trovare una tovaglia, rigorosamente ricamata a mano da una trisavola, che restituisse alla tavola il tono cerimoniale della feste importanti. Mentre i vecchi parlavano sorseggiando del vino (che spesso non era gran che ma del resto era il migliore che avessero prodotto, chini tra quei pochi filari di vigna, per cui al palato suonava meglio di uno Chateau Lafite Rotschild), i bambini si dilettavano a improvvisare improbabili velieri con i gusci delle noci che facevano parte del prezioso bottino natalizio. Il tempo sembrava sospeso in quei giorni di festa che segnavano una tregua dal pesante lavoro nei campi e, anche se per poco, la vita sembrava più lieve e persino i gesti degli adulti, sempre curvi sui loro crucci, si ammorbidivano esplodendo, improvvisi, in impacciati buffetti sulle guance.
In questo susseguirsi rapido di immagini e ricordi, mi sono sempre rifugiata volentieri ma per una volta, quest'anno, non ne ho sentito il bisogno perché il mio Natale, finalmente, mi è sembrato sensato.
Una tavola sobriamente imbandita a festa, un pranzo appetitoso ma ragionevole nelle quantità, e per regalo un tempo inatteso e insperato per parlare e sciogliere tensioni lungamente trattenute, con mio padre. Un confronto a cuore aperto con una persona della quale, nel bene e nel male, è intessuto il mio DNA e che relegare nello scantinato del non detto, del rimandato, del non voglio, mi è costato anni di infruttuosa ricerca di me stessa. Del resto un albero, privo delle sue radici, è impensabile che possa stendere i suoi rami al cielo.
Un Natale, il mio, che mi ha fatto riscoprire il piacere di giocare con mia figlia senza l'assillo del "ma i compiti li hai fatti?" "tra mezz'ora devi andare a pallavolo" oppure l'ever green, "alzati che fai tardi a scuola". Un Natale di sola essenza, nel senso più profondo del termine, cioè di ciò che costituisce la sostanza propria di una cosa, trascorso a cercare radici ma anche linfa per far crescere i rami giovani. E' così che ho capito che a Natale puoi, andare contro i dettami classici che ci vogliono tutti (infelici e forzati) attorno a una tavola chilometrica, a rimpinzarci di leccornie che in realtà ormai sono disponibili ogni giorno, quindi dove è il senso della festa?
Vi dirò di più, penso con ragionevole margine di certezza, che in realtà questo impegno possa accompagnarci tutti i giorni dell'anno e che il Natale possa aiutarci a celebrarne i frutti, consacrando con i nostri affetti più sinceri, il significato profondo della nostra ricerca interiore.
Ecco, con tutte queste dovute premesse e proprio ora che guarda caso è passato, adesso dicevo, sono pronta a augurarlo a tutti e a cuore aperto: Buon non Natale a tutti :)
Ammetto che sono affetta da pregiudizio: tutto ciò che ha a che fare con il "panettone natalizio" e con il volto ultraconsumistico dello stesso, mi rivolta un pò. Per difendermi dall'imperversare di immagini patitnate di cori di bambini riccioli con sciarpetta rossa o di case che non pagano la bolletta, penso io, tanto sono illuminate a festa mentre le tavole, imbandite fino all'inverosimile, accolgono famiglie numerosissime (tutte fotogeniche, eh) felici e innamorate, spengo la mente. Si, avete capito bene, la spengo e accendo l'immaginazione e i ricordi.
Così mi capita di pensare al Natale di mio nonno, quando ai bambini si regalavano mandarini e noci e la mamma tirava fuori dalle zampe magre della sventurata pollastrella, il brodo per 12 (si, la tavola era sempre apparecchiata per lo stesso numero di commensali quanti erano gli apostoli, avete capito bene). Si frugava nel baule del corredo delle nonne per trovare una tovaglia, rigorosamente ricamata a mano da una trisavola, che restituisse alla tavola il tono cerimoniale della feste importanti. Mentre i vecchi parlavano sorseggiando del vino (che spesso non era gran che ma del resto era il migliore che avessero prodotto, chini tra quei pochi filari di vigna, per cui al palato suonava meglio di uno Chateau Lafite Rotschild), i bambini si dilettavano a improvvisare improbabili velieri con i gusci delle noci che facevano parte del prezioso bottino natalizio. Il tempo sembrava sospeso in quei giorni di festa che segnavano una tregua dal pesante lavoro nei campi e, anche se per poco, la vita sembrava più lieve e persino i gesti degli adulti, sempre curvi sui loro crucci, si ammorbidivano esplodendo, improvvisi, in impacciati buffetti sulle guance.
In questo susseguirsi rapido di immagini e ricordi, mi sono sempre rifugiata volentieri ma per una volta, quest'anno, non ne ho sentito il bisogno perché il mio Natale, finalmente, mi è sembrato sensato.
Una tavola sobriamente imbandita a festa, un pranzo appetitoso ma ragionevole nelle quantità, e per regalo un tempo inatteso e insperato per parlare e sciogliere tensioni lungamente trattenute, con mio padre. Un confronto a cuore aperto con una persona della quale, nel bene e nel male, è intessuto il mio DNA e che relegare nello scantinato del non detto, del rimandato, del non voglio, mi è costato anni di infruttuosa ricerca di me stessa. Del resto un albero, privo delle sue radici, è impensabile che possa stendere i suoi rami al cielo.
Un Natale, il mio, che mi ha fatto riscoprire il piacere di giocare con mia figlia senza l'assillo del "ma i compiti li hai fatti?" "tra mezz'ora devi andare a pallavolo" oppure l'ever green, "alzati che fai tardi a scuola". Un Natale di sola essenza, nel senso più profondo del termine, cioè di ciò che costituisce la sostanza propria di una cosa, trascorso a cercare radici ma anche linfa per far crescere i rami giovani. E' così che ho capito che a Natale puoi, andare contro i dettami classici che ci vogliono tutti (infelici e forzati) attorno a una tavola chilometrica, a rimpinzarci di leccornie che in realtà ormai sono disponibili ogni giorno, quindi dove è il senso della festa?
Vi dirò di più, penso con ragionevole margine di certezza, che in realtà questo impegno possa accompagnarci tutti i giorni dell'anno e che il Natale possa aiutarci a celebrarne i frutti, consacrando con i nostri affetti più sinceri, il significato profondo della nostra ricerca interiore.
Ecco, con tutte queste dovute premesse e proprio ora che guarda caso è passato, adesso dicevo, sono pronta a augurarlo a tutti e a cuore aperto: Buon non Natale a tutti :)
domenica 23 dicembre 2012
E se bastasse non fare assolutamente niente?
E' potente, il fuoco.
E' un richiamo antico, emerge dalle nebbie dei ricordi, si insinua nel tuo adesso e sussurra storie. Capisco perché ci si riunisse a "veglia" attorno al camino, a raccontarsi storie, prima che l'arrivo di una tivvù in ogni casa scompaginasse questa abitudine, e mi piace pensare a tutte le volte che mi svegliavo presto, a casa, per godere del tepore del fuoco che mia mamma accendeva all'alba, in completa solitudine. Quell'abitudine vive dentro di me. Più che l'abitudine (a casa mia non ho il camino, sarebbe dura farla sopravvivere) continua a essere presente in me quell'attitudine solitaria, che si compiace dei momenti di silenzioso ascoltare, interrotti da una lettura piacevole o un semplice sguardo fuori dalla finestra. In questi giorni di fine anno, più che mai mi piace dare libero sfogo a questa indole riflessiva e mi compiaccio nell'osservare quante cose inutili al viaggio siamo capaci di collezionare dentro di noi. Avete presente il trasloco di una casa? Il momento preciso in cui si aprono gli armadi per riempire gli scatoloni delle cose in essi contenuti, e si realizza improvvisamente che negli anni siamo stati in grado di collezionare una quantità spaventosa di roba inutile, che neanche immaginavamo di avere immagazzinato? Credo che da un giro nei cassonetti, si sia in grado di capire se in zona qualcuno sta traslocando. Ebbene, la sensazione che ho dentro di me in questi giorni di fine anno, è la medesima. Mi accorgo cioè, nello stare quieta con me stessa, che spontaneamente mi libero di molti orpelli, di tanto inatteso superfluo collezionato durante il percorso. Mi rendo conto che davvero basta poco e che le risposte (qualora ci si aspetti di ottenerle) sono custodite dentro di noi e non nei rapporti che si vanno costruendo. In quest'ottica, non solo si ridimensione quel carico di aspettative (spesso schiacciante) nei confronti di chi incrociamo, ma si sperimenta la possibilità di affinare sguardi altri su quanto ci circonda, esprimendo un'atteggiamento più volitivo su una realtà che, a conti fatti, siamo noi a creare con i nostri pensieri e il nostro sentire.
Mentre imperversano Auguri di ogni bene e immagini di prosperità innevata, sento in cuor mio il bisogno di prolungare questo spazio di silenzio per fare spazio, allargare il respiro, prepararmi a sguardi nuovi e a prospettive inattese. Del resto lo diceva anche Eddie Vedder che l'essenza dello spirito dell'uomo sta nelle nuove esperienze, e immagino sia questo l'augurio che in cuor mio sento di fare a chiunque si senta pronto per un cambiamento radicale. Non temete, non occorre fare niente in realtà: è sufficiente smettere di opporre resistenza a ciò di cui ci viene quotidianamente proposto di fare esperienza. Tutto qua!
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mercoledì 19 dicembre 2012
E tu, balli ancora in cucina?
E' mezz'ora che mia figlia è chiusa in camera. Ripete in modo ossessivo una filastrocca di Natale che ha appena composto per la sua famiglia. Mi intenerisce e mi affascina il suo mondo, eroicamente intriso di poetica magia, a dispetto del prosaico che quotidianamente bussa con insistenza alla nostra porta. Credo che i veri eroi siano i puri, i veri, quelli che ci credono perchè lo sentono, che vivono il presente con trasporto e godimento perché si arrendono a questo attimo, veramente, completamente, senza opporre resistenza alcuna.
Più vado avanti con gli anni, più mi rendo conto che davvero per i più la crescita rappresenti un lungo, graduale, inesorabile percorso nell'oblio. Si tende infatti a dimenticare, a cancellare, a ritagliare la realtà a propria immagine, allontanandosi spesso dal senso vero e profondo delle cose, pena un giorno qualunque, di piovosissimo nulla, rendersi conto che si sta vivendo la vita di qualcun'altro, interpretando ruoli che ci hanno appiccicato sulla schiena per renderci immediatamente riconoscibili nel supermercato della vita, perdendosi di vista.
Per scongiurare il pericolo, credo che si dovrebbe vivere a contatto con i bambini, i veri saggi, insieme agli anziani che faticano a trovare una giusta collocazione in una società che pretende di non invecchiare mai (solo in apparenza, ovvio) e ci si dovrebbero consentire più follie quotidiane, iniziando con il prendersi meno sul serio, lasciando scivolare una buona dose di leggerezza sulla propria vita. Per dirne una, non credo che necessariamente la professionalità di una persona passi attraverso un modo sobrio di vestire, un'auto in ordine e un biglietto da visita inappuntabile: come al solito in questo elenco manca l'ingrediente principale, quello umano.
Nel fare selezione del personale, ho sempre badato al curriculum ma solo per capire se c'era una capacità organizzativa dei pensieri e una qualità nello scrivere, oltre che una esperienza pregressa (che però, in base ai ruoli, non è mai stata indispensabile)... per il resto trovo i curricula spesso noiosi, scarsamente indicativi delle qualità umane e della potenzialità creativa dei candidati che sono per me elementi imprescindibili in un lavoro di squadra. In una parola, i bambini non scriverebbero mai una sequenza così noiosa di cose inutili: bisognerebbe davvero imparare da loro!
Di recente ho chiesto di fare un colloquio. Non mi occupo più direttamente di selezione del personale ma, trattandosi di un ruolo immediatamente sottoposto al mio, ho chiesto di poter incontrare la candidata. Il motivo? Volevo "sentire" la persona, capire se si trattava di una persona ancora capace di ballare, anche se l'unico posto possibile è la cucina, di quelle che piacciono a me, le uniche con le quali si possa tentare di costruire qualcosa insieme....
Più vado avanti con gli anni, più mi rendo conto che davvero per i più la crescita rappresenti un lungo, graduale, inesorabile percorso nell'oblio. Si tende infatti a dimenticare, a cancellare, a ritagliare la realtà a propria immagine, allontanandosi spesso dal senso vero e profondo delle cose, pena un giorno qualunque, di piovosissimo nulla, rendersi conto che si sta vivendo la vita di qualcun'altro, interpretando ruoli che ci hanno appiccicato sulla schiena per renderci immediatamente riconoscibili nel supermercato della vita, perdendosi di vista.
Per scongiurare il pericolo, credo che si dovrebbe vivere a contatto con i bambini, i veri saggi, insieme agli anziani che faticano a trovare una giusta collocazione in una società che pretende di non invecchiare mai (solo in apparenza, ovvio) e ci si dovrebbero consentire più follie quotidiane, iniziando con il prendersi meno sul serio, lasciando scivolare una buona dose di leggerezza sulla propria vita. Per dirne una, non credo che necessariamente la professionalità di una persona passi attraverso un modo sobrio di vestire, un'auto in ordine e un biglietto da visita inappuntabile: come al solito in questo elenco manca l'ingrediente principale, quello umano.
Nel fare selezione del personale, ho sempre badato al curriculum ma solo per capire se c'era una capacità organizzativa dei pensieri e una qualità nello scrivere, oltre che una esperienza pregressa (che però, in base ai ruoli, non è mai stata indispensabile)... per il resto trovo i curricula spesso noiosi, scarsamente indicativi delle qualità umane e della potenzialità creativa dei candidati che sono per me elementi imprescindibili in un lavoro di squadra. In una parola, i bambini non scriverebbero mai una sequenza così noiosa di cose inutili: bisognerebbe davvero imparare da loro!
Di recente ho chiesto di fare un colloquio. Non mi occupo più direttamente di selezione del personale ma, trattandosi di un ruolo immediatamente sottoposto al mio, ho chiesto di poter incontrare la candidata. Il motivo? Volevo "sentire" la persona, capire se si trattava di una persona ancora capace di ballare, anche se l'unico posto possibile è la cucina, di quelle che piacciono a me, le uniche con le quali si possa tentare di costruire qualcosa insieme....
sabato 15 dicembre 2012
Mai della misura giusta al posto giusto
Ho spesso sentito chiedere "quando inizia un viaggio?" e le risposte, copiose e spesso convincenti, le ho bevute tutte d'un fiato.
Ma una vita, quando comincia una nuova vita? Quando metti in discussione quello che è stato? Quando decidi di andare via per non sai dove? O quando, dopo lungo spulciare annunci e guardare improbabili immobili, intuisci il luogo in cui far sentire il tuo cuore a casa? Qual è quell'attimo, quel momento che ti fa capire che stai lasciando qualcosa per abbracciare altro, e poi, lo lasci davvero o si trasforma dentro di te? C'è bisogno di un atto di lucido fare o è un naturale evolversi che apre nuove porte, ti invita a nuovi viaggi, ti aspetta ammiccante dietro l'angolo?
Mi chiedo quale sia stato il primo presuntuoso pensiero che, instillatosi nella mia mente giovane e poco avvezza ai crucci di percorso, mi abbia fatto ragionare per sentito dire, perché così fan tutti, perché me lo hanno insegnato i grandi. Oggi, si, che quaranta primavere non hanno ancora bussato alla mia porta, mi chiedo quale è stato l'attimo in cui mi sono lasciata, o forse non mi sono mai trovata? Come ho fatto, dico io, a vivere senza di me, a fare a meno della mia pelle, del mio respiro, del calore delle mie guance quando mi sveglio stropicciata? Mentre cerco di imparare ad accogliere, spegnere la mente che mente e che giudica, spietata e vivisezionante, mi sfugge l'idea di essere stata presuntuosa fin tanto che ho creduto di vivere per accontentare gli altri, perdendo di vista ME, chi fossi io e dimenticando quindi che la scelta, sempre e comunque, è soltanto la mia e che da essa può dipendere anche la felicità altrui che può ambire dunque a essere piena e non un mero accontentarsi.
Ieri sera ho visto Alice in Wonderland, o forse è lei che ha visto me, e beffarda mi ha sorriso come chi, quel cruccio di non essere mai della misura giusta al posto giusto, lo conosce da vicino.
Ma una vita, quando comincia una nuova vita? Quando metti in discussione quello che è stato? Quando decidi di andare via per non sai dove? O quando, dopo lungo spulciare annunci e guardare improbabili immobili, intuisci il luogo in cui far sentire il tuo cuore a casa? Qual è quell'attimo, quel momento che ti fa capire che stai lasciando qualcosa per abbracciare altro, e poi, lo lasci davvero o si trasforma dentro di te? C'è bisogno di un atto di lucido fare o è un naturale evolversi che apre nuove porte, ti invita a nuovi viaggi, ti aspetta ammiccante dietro l'angolo?
Mi chiedo quale sia stato il primo presuntuoso pensiero che, instillatosi nella mia mente giovane e poco avvezza ai crucci di percorso, mi abbia fatto ragionare per sentito dire, perché così fan tutti, perché me lo hanno insegnato i grandi. Oggi, si, che quaranta primavere non hanno ancora bussato alla mia porta, mi chiedo quale è stato l'attimo in cui mi sono lasciata, o forse non mi sono mai trovata? Come ho fatto, dico io, a vivere senza di me, a fare a meno della mia pelle, del mio respiro, del calore delle mie guance quando mi sveglio stropicciata? Mentre cerco di imparare ad accogliere, spegnere la mente che mente e che giudica, spietata e vivisezionante, mi sfugge l'idea di essere stata presuntuosa fin tanto che ho creduto di vivere per accontentare gli altri, perdendo di vista ME, chi fossi io e dimenticando quindi che la scelta, sempre e comunque, è soltanto la mia e che da essa può dipendere anche la felicità altrui che può ambire dunque a essere piena e non un mero accontentarsi.
Ieri sera ho visto Alice in Wonderland, o forse è lei che ha visto me, e beffarda mi ha sorriso come chi, quel cruccio di non essere mai della misura giusta al posto giusto, lo conosce da vicino.
giovedì 13 dicembre 2012
Di smancerie, auguri di plastica e zucchero a velo.
Piove a dismisura.
Piove che mi sono svegliata, perché piove e stavo sognando che pioveva ma poi, mica vero: ero già sveglia e sentivo l'acqua che batteva.
Dalla pioggia al sogno, fino al ricordo, di quando ero piccola e sprofondavo nel lettuccio caldo nelle domeniche di tempo brutto. Il tempo era un dilatarsi infinito di possibilità e speranze, mentre mi baloccavo con le mie fantasie e pascolavo i miei pensieri in praterie lontane.
Lo stesso faccio in questo periodo, da sempre associato a quello dell'Avvento, in cui si fa "spazio" nell'attesa di un nuovo anno. Sia chiaro, rifuggo feste, occasioni di pubblico augurio, smancerie pandorose e abbracci torronati. Proprio ieri, guidando sotto una piccola e divertente tormenta di neve, pensavo che sono una solitaria con gioiosa propensione alla condivisione di idee, stimoli e bellezza. Si, insomma, una che sta parecchio bene da sola ma che si diverte come una matta a condividere pensieri e parole e che fa dello scambio la sua ragion d'essere, per cui no, non parlatemi di Santo Natale sotto a un albero carico di superflue smancerie mentre bambini leziosi spargono zucchero a velo e poesie biascicate a scuola davanti a un pubblico di adulti distratti. Parliamo invece di cose piccole, torniamo alla sobrietà dell'essenza e sforziamoci di capire cosa davvero conta, cosa è in grado di fare la differenza, qual'è quel particolare che potrebbe renderci felici. A questo pensavo questa mattina stropicciandomi gli occhi e tornando col pensiero a quando, ragazzina, immaginavo il mio futuro. Nel mio domani vorrei quello che amo nel mio oggi, lo vorrei centuplicato o meglio, a centuplicarsi vorrei che fosse la mia capacità di coglierlo, di apprezzarlo e festeggiarlo.
Piove che mi sono svegliata, perché piove e stavo sognando che pioveva ma poi, mica vero: ero già sveglia e sentivo l'acqua che batteva.
Dalla pioggia al sogno, fino al ricordo, di quando ero piccola e sprofondavo nel lettuccio caldo nelle domeniche di tempo brutto. Il tempo era un dilatarsi infinito di possibilità e speranze, mentre mi baloccavo con le mie fantasie e pascolavo i miei pensieri in praterie lontane.
Lo stesso faccio in questo periodo, da sempre associato a quello dell'Avvento, in cui si fa "spazio" nell'attesa di un nuovo anno. Sia chiaro, rifuggo feste, occasioni di pubblico augurio, smancerie pandorose e abbracci torronati. Proprio ieri, guidando sotto una piccola e divertente tormenta di neve, pensavo che sono una solitaria con gioiosa propensione alla condivisione di idee, stimoli e bellezza. Si, insomma, una che sta parecchio bene da sola ma che si diverte come una matta a condividere pensieri e parole e che fa dello scambio la sua ragion d'essere, per cui no, non parlatemi di Santo Natale sotto a un albero carico di superflue smancerie mentre bambini leziosi spargono zucchero a velo e poesie biascicate a scuola davanti a un pubblico di adulti distratti. Parliamo invece di cose piccole, torniamo alla sobrietà dell'essenza e sforziamoci di capire cosa davvero conta, cosa è in grado di fare la differenza, qual'è quel particolare che potrebbe renderci felici. A questo pensavo questa mattina stropicciandomi gli occhi e tornando col pensiero a quando, ragazzina, immaginavo il mio futuro. Nel mio domani vorrei quello che amo nel mio oggi, lo vorrei centuplicato o meglio, a centuplicarsi vorrei che fosse la mia capacità di coglierlo, di apprezzarlo e festeggiarlo.
Vorrei mattine silenziose quando tutto intorno ancora tace e sentire l'abbraccio di un luogo, come ha sempre fatto con me l'isola
vorrei continuare ad avere affetti vicini che mi ricordano quando è il tempo di partire per nuove avventure
e momenti di sereno stare, in cui mi guardo intorno e tutto mi sembra perfetto
mi piacerebbe un pomeriggio di piovoso nulla per bere una cioccolata calda e riempirmi gli occhi di profumata bellezza, fregandomene se, nel berla, mi sono procurata dei sontuosi "baffi di cacao", ché le cose buone van godute, in barba al bon ton!
e infiniti risvegli con un affettuoso caffè nel letto
e poi ancora momenti di solo cielo
per ricordare che tutto torna, centuplicato....
centuplicare quindi gli abbracci che darei ai miei affetti
senza smettere di percepire ogni giorno come una nuova importante opportunità di rinascita che mi permette di sentirmi viva
nella quale sono tutti i benvenuti ma senza tradire il mio istinto solitario, che benedico perché fa parte di me
e alla fine della fiera, non prendermi mai troppo sul serio, riuscire sempre a mantenere una sana e serena dose di leggerezza e, perché no, bermi un buon caffè, mentre fuori piove a dismisura.
Piove che mi sono svegliata, perché piove e stavo sognando che
pioveva ma poi, mica vero: ero già sveglia e sentivo l'acqua che
batteva.
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mercoledì 12 dicembre 2012
Quello che ami lo vivi
"Rivelami ciò che ami veramente, ciò che cerchi e a cui aspiri con tutto
il tuo desiderio quando speri di trovare la tua vera gioia - e con ciò
mi avrai spiegato qual è la tua vita. Quello che ami, tu lo vivi. Questo
amore rivelato è appunto la tua vita, la radice, la sede e il centro
della tua vita”
Difficile aggiungere parole di senso. Sono inciampata in questa lettura e ho perso il fiato per un istante e le parole hanno vacillato prima di uscire impetuose sotto forma di ringraziamento, perché non c'è niente che senta più affine e più vicino al mio modo di pensare (e di agire) al momento. Niente riesce a distogliermi il pensiero dalla considerazione secondo la quale attraiamo ciò che siamo, che pensiamo di essere, che amiamo essere, ed è così che l'oggetto del nostro amore, dà forma alla nostra interiorità plasmandola. Tutto è in noi e da noi ha origine e ricordarlo potrebbe essere utile per mantenere un atteggiamento propositivo e volitivo nei confronti della vita e delle relazioni, che quindi saremmo (anzi, siamo!) in grado di cambiare in ogni istante perché in ogni istante è possibile che avvenga un cambiamento dentro di noi.
In un giorno che sento citare da più parti come l'anticamera della profezia dei Maya, mi piace pensare che questa si sia davvero già avverata e che un mondo, quello delle false certezze , delle ideologie calate dall'alto, delle caste di potere corrotte e indecenti, di una società dei consumi sguaiata che pensa si possa aspirare a un modello di crescita infinita (pena poi aver un terzo mondo destinato a ricoprire l'intera superficie terrestre), sia davvero finito e che si faccia spazio il tempo della consapevolezza, della sobrietà negli stili di vita, della collaborazione (magari in rete, perchè no) di un nuovo umanesimo che riporti l'attenzione sul singolo e sul valore della persona.
Quello che amo, vivo e son qui a dichiararlo e lo faccio ascoltando la voce di una grande donna che mi ricorda che...
domenica 9 dicembre 2012
Elba. Per Tutte volte che...
Oggi ho camminato l'Elba e come spesso mi capita, l'ho guardata con occhi diversi.
Ogni giorno abbiamo occhi diversi, l'errore più comune che facciamo è dimenticarlo o peggio ancora darlo per scontato e iniziare a guardarci in giro con aria di sufficienza, come di chi, quei luoghi, quelle persone, quelle atmosfere, già li conosce a menadito per cui lo sguardo si trasforma in un rapido sorvolare sommario, distratto, quasi annoiato.
Oggi non mi sono limitata a fare esercizio di "estraneitudine" (guardare cioè ai miei luoghi, come fosse la prima volta che li incrocio) ma ho lasciato che dalle labbra salisse un lieve sussurro, quasi una formula magica, una breve benedizione che mi aiutasse a "lasciare andare"i crucci come i momenti di meraviglia legati a questi luoghi, perché "mi sto facendo un pò di posto e che mi aspetto chi lo sa, che posto vuoto ce n'è stato ce n'è ce ne sarà" (si, canticchiavo anche, lo ammetto).
Ho giocato quindi al "per tutte le volte che"....
Per tutte le volte che mi hai fatto arrabbiare e che, dopo cinque minuti, ti amavo più di prima
Per tutte le volte che non ti ho capita, che mi sei sembrata sorda e cieca, chiusa, ostinata e scioccamente fiera del tuo essere isola mentre io avrei voluto farti abbracciare l'arcipelago e poi ho capito che eri più forte tu.
Per tutte le volte che con gli occhi appannati di lacrime, ti ho camminata sul lungomare e tu, materna, mi hai sempre accolta e ristorata e solitamente hai sciolto tutto in una fragorosa risata.
Per tutte le volte che ho avuto voglia di sbatterti la porta in faccia urlandoti che sei presuntuosa e senza futuro perché arroccata in un passato che è la tua ricchezza solo se della tua storia impasti il tuo futuro e poi, maledetta Circe, mi hai ammaliata con il tuo indiscutibile fascino.
Per quel giorno in cui ho capito che Ulisse non è stato ammaliato dal canto delle sirene ma da quello del mare e ho iniziato ad ascoltare le tue infiinite storie.
Per quando quel giorno a Chiessi ho urlato "Io di qua non vado via, mai" e mi hai insegnato che niente è per sempre o meglio, che in un certo senso tutto lo è, nel mentre che lo vivi, perché ogni istante è per sempre se è così che lo senti. Dunque non indugiare e festeggia, benedici sempre ciò che incontri e fallo con la solennità riservata a ciò che è "per sempre".
Per tutte le sere in cui ti cercherò e capirò che non occorre che ti cerchi perché anche io sono Isola e in te c'è un gran bel pezzo di me.
Per tutte le volte che avrò l'illusione di mettere via un pò di cose e capirò che niente si può mettere via, perchè tutto ciò che ho costruito, ho incontrato e ho amato, viaggia con me.
Ogni giorno abbiamo occhi diversi, l'errore più comune che facciamo è dimenticarlo o peggio ancora darlo per scontato e iniziare a guardarci in giro con aria di sufficienza, come di chi, quei luoghi, quelle persone, quelle atmosfere, già li conosce a menadito per cui lo sguardo si trasforma in un rapido sorvolare sommario, distratto, quasi annoiato.
Oggi non mi sono limitata a fare esercizio di "estraneitudine" (guardare cioè ai miei luoghi, come fosse la prima volta che li incrocio) ma ho lasciato che dalle labbra salisse un lieve sussurro, quasi una formula magica, una breve benedizione che mi aiutasse a "lasciare andare"i crucci come i momenti di meraviglia legati a questi luoghi, perché "mi sto facendo un pò di posto e che mi aspetto chi lo sa, che posto vuoto ce n'è stato ce n'è ce ne sarà" (si, canticchiavo anche, lo ammetto).
Ho giocato quindi al "per tutte le volte che"....
Per tutte le volte che mi hai fatto arrabbiare e che, dopo cinque minuti, ti amavo più di prima
Per tutte le volte che non ti ho capita, che mi sei sembrata sorda e cieca, chiusa, ostinata e scioccamente fiera del tuo essere isola mentre io avrei voluto farti abbracciare l'arcipelago e poi ho capito che eri più forte tu.
Per tutte le volte che con gli occhi appannati di lacrime, ti ho camminata sul lungomare e tu, materna, mi hai sempre accolta e ristorata e solitamente hai sciolto tutto in una fragorosa risata.
Per tutte le volte che ho avuto voglia di sbatterti la porta in faccia urlandoti che sei presuntuosa e senza futuro perché arroccata in un passato che è la tua ricchezza solo se della tua storia impasti il tuo futuro e poi, maledetta Circe, mi hai ammaliata con il tuo indiscutibile fascino.
Per tutte le volte che pensavo di conoscerti e di saperti e tu, maliziosa, mi hai ricordato che non si finisce di scoprire perchè il vero viaggio, proprio vero, consiste nell'avere occhi nuovi
Per quel giorno in cui ho capito che Ulisse non è stato ammaliato dal canto delle sirene ma da quello del mare e ho iniziato ad ascoltare le tue infiinite storie.
Per quando quel giorno a Chiessi ho urlato "Io di qua non vado via, mai" e mi hai insegnato che niente è per sempre o meglio, che in un certo senso tutto lo è, nel mentre che lo vivi, perché ogni istante è per sempre se è così che lo senti. Dunque non indugiare e festeggia, benedici sempre ciò che incontri e fallo con la solennità riservata a ciò che è "per sempre".
Per tutte le sere in cui ti cercherò e capirò che non occorre che ti cerchi perché anche io sono Isola e in te c'è un gran bel pezzo di me.
Per tutte le volte che avrò l'illusione di mettere via un pò di cose e capirò che niente si può mettere via, perchè tutto ciò che ho costruito, ho incontrato e ho amato, viaggia con me.
sabato 8 dicembre 2012
Di viaggi per sognatori audaci
Questo post nasce da un post, che poi è una post riflessione di un qualcosa nato a BTO.
Questa mattina infatti ho letto una interessante considerazione che Paolo Ratto ha fatto sul suo blog (andatela a leggerla qui, perché merita). Sono stata attratta subito dal titolo, perché la presunta (in)calcolabilità del ROI con me ha presa facile. Non è un mistero infatti che io sia tendenzialmente allergica alle pratiche "vivisezionatrici" che pretendono di misurare, comparare, rendicontare ogni singolo frutto dell'operato umano.
Da buona amante degli sguardi olistici, protendo invece per una visione di insieme che non risparmia quindi neanche tutte le operazioni di comunicazione che sottendono l'attività di una azienda (in questo caso un hotel). Quello che voglio dire, e che ho cercato di esprimere anche nel rispondere a un quesito che mi è stato posto durante il mio speech a BTO, è che la vera rivoluzione che i social media hanno apportato, è di ordine culturale. L'avvento del 2.0 ha in effetti stravolto il comune sentire, ponendo al centro dell'interesse ogni singola voce (o cinguettio) e quindi l'individuo, la persona, il suo bagaglio di unicità e di esperienze. In questa ottica vengono a cadere le "strategie di mercato" e si insinua un nuovo concetto: quello secondo il quale la migliore strategia che una azienda può mettere in campo, è proprio la risorsa umana di cui dispone, in termini di qualità personali, predisposizioni, interessi, attitudini che i social media aiutano a esprimere e a mettere in risalto. Un esempio per tutti? Peccando di campanilismo potrei citare TRIP TRIP HURRA', la videorisposta che abbiamo realizzato per cercare di capire quali fossero i motivi dello scontento che aveva originato una serie di recensioni negative tutte molto simili tra loro, a partire da un presupposto per noi imprescindibile: metterci la faccia, dare valore alle persone, dare una voce e un volto a quelle critiche.
Si, perché dietro alla pasta scotta o al giardino a mare con i cestini da vuotare o alla sottoscritta che offre aperitivi agli amici, ci sono storie, vissuti, esperienze, talavolta anche difficoltà e momenti no, dei quali avere rispetto a prescindere. Avere rispetto delle persone, mettere al centro le loro storie, non significa giustificarle a prescindere né che queste siano infallibili, significa solo tornare a dare il giusto valore a quanto ci circonda e per farlo, io credo si dovrebbero raccontare più storie e fare meno analisi quantitative sui ritorni degli investimenti che non sono, di fatto, quantificabili se non nel lungo periodo, soprattutto in termini di brand reputation, per dirne una.
Se davvero iniziassimo a pensare che la nostra migliore strategia siamo NOI e che quindi sarebbe opportuno iniziare a pensare a una "filosofia" della comunicazione, intesa come un momento di silenzio nel quale iniziamo a chiederci "chi siamo, cosa vorremmo esprimere, a chi stiamo parlando e con quali mezzi", credo che in giro troveremmo più storie da raccontare e meno questionari sulla soddisfazione da compilare a fine soggiorno e forse, la vacanza tornerebbe a essere un luogo per sognatori audaci!
Questa mattina infatti ho letto una interessante considerazione che Paolo Ratto ha fatto sul suo blog (andatela a leggerla qui, perché merita). Sono stata attratta subito dal titolo, perché la presunta (in)calcolabilità del ROI con me ha presa facile. Non è un mistero infatti che io sia tendenzialmente allergica alle pratiche "vivisezionatrici" che pretendono di misurare, comparare, rendicontare ogni singolo frutto dell'operato umano.
Da buona amante degli sguardi olistici, protendo invece per una visione di insieme che non risparmia quindi neanche tutte le operazioni di comunicazione che sottendono l'attività di una azienda (in questo caso un hotel). Quello che voglio dire, e che ho cercato di esprimere anche nel rispondere a un quesito che mi è stato posto durante il mio speech a BTO, è che la vera rivoluzione che i social media hanno apportato, è di ordine culturale. L'avvento del 2.0 ha in effetti stravolto il comune sentire, ponendo al centro dell'interesse ogni singola voce (o cinguettio) e quindi l'individuo, la persona, il suo bagaglio di unicità e di esperienze. In questa ottica vengono a cadere le "strategie di mercato" e si insinua un nuovo concetto: quello secondo il quale la migliore strategia che una azienda può mettere in campo, è proprio la risorsa umana di cui dispone, in termini di qualità personali, predisposizioni, interessi, attitudini che i social media aiutano a esprimere e a mettere in risalto. Un esempio per tutti? Peccando di campanilismo potrei citare TRIP TRIP HURRA', la videorisposta che abbiamo realizzato per cercare di capire quali fossero i motivi dello scontento che aveva originato una serie di recensioni negative tutte molto simili tra loro, a partire da un presupposto per noi imprescindibile: metterci la faccia, dare valore alle persone, dare una voce e un volto a quelle critiche.
Si, perché dietro alla pasta scotta o al giardino a mare con i cestini da vuotare o alla sottoscritta che offre aperitivi agli amici, ci sono storie, vissuti, esperienze, talavolta anche difficoltà e momenti no, dei quali avere rispetto a prescindere. Avere rispetto delle persone, mettere al centro le loro storie, non significa giustificarle a prescindere né che queste siano infallibili, significa solo tornare a dare il giusto valore a quanto ci circonda e per farlo, io credo si dovrebbero raccontare più storie e fare meno analisi quantitative sui ritorni degli investimenti che non sono, di fatto, quantificabili se non nel lungo periodo, soprattutto in termini di brand reputation, per dirne una.
Se davvero iniziassimo a pensare che la nostra migliore strategia siamo NOI e che quindi sarebbe opportuno iniziare a pensare a una "filosofia" della comunicazione, intesa come un momento di silenzio nel quale iniziamo a chiederci "chi siamo, cosa vorremmo esprimere, a chi stiamo parlando e con quali mezzi", credo che in giro troveremmo più storie da raccontare e meno questionari sulla soddisfazione da compilare a fine soggiorno e forse, la vacanza tornerebbe a essere un luogo per sognatori audaci!
giovedì 6 dicembre 2012
Di come (e di quanto) il luoghi li facciano le persone
"È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. […] La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo".
Pessoa
Si, lo ammetto, il libro dell'inquietudine di Pessoa c'entra con questo post.
O meglio, c'entra la sensazione che alla fine della fiera i luoghi li facciano davvero le persone e che quindi questi siamo una semplice "coincidenza spazio temporale", utile affinchè l'incrocio umano abbia luogo.
Ma andiamo per gradi (mi son confusa anche io!)
A fine novembre mi chiama un caro amico. Ah, si, perché mentre faccio la cantastorie all'Hotel Cernia, capita che io incontrando ospiti, artisti, musicisti, mi invaghisca tremendamente della loro umanità e in un soffio entrino a far parte della mia "famiglia". Nella fattispecie, quindi, il caro amico che mi ha chiamato a Novembre, è Fabrizio, un vulcanico batterista pittore siciliano che ho avuto il piacere di incontrare qualche anno fa proprio in hotel, dove si esibì con il suo quartetto jazz. Durante la telefonata, ho appreso che il mio amico stava organizzando un tour nel centro Italia e che una data era prevista a Pisotoia. Pistoia??
In un attimo ho realizzato che Marco, un altro mio amico, gestisce una struttura proprio lì vicino, e che sarebbe stato fantastico poter provare a realizzare un incontro di persone, affetti, storie, legati a doppio filo al Cernia (perché avrei contattato gli ospiti, che nel tempo sono diventati amici, dell'hotel) ma fuori dall'albergo, proprio nel Frantoio di Colle Alberto dove lavora Marco. In un attimo è stato tutto un frullar di telefonate, mail, contatti, proposte e, senza che me ne rendessi conto, è nato il #cerniatour ovvero la possibilità di fare incontrare le persone e gli affetti che si sono creati all'isola d'Elba ma a Pistoia, in un'altra struttura, facendo esibire gli amici jazzisti dopo una cena preparata dal nostro cuoco. In pratica, le persone sarebbero state le stesse (e quindi abbiamo esportato anche la nostra cucina emotiva) ma il luogo sarebbe stato completamente diverso. Distese di campi e ulivi vs. il mare cristallino dell'Elba e il giardino del Cernia e in un attimo ho capito che avrei avuto modo di provare personalmente quanto aveva scritto Pessoa, riguardo ai luoghi, ai viaggi e alle persone.
Il risultato è stato a dir poco entusiasmante perché in un brevissimo lasso di tempo non solo mi sono sentita a casa in un luogo (tra l'altro la struttura è bellissima, dateci un'occhiata qui) mai visto prima, ma mi son trovata ad accompagnare in camera gli amici, ad accoglierli al loro arrivo, a mangiare alla stessa tavola con loro proprio come accade in hotel.
In pochissimo tempo, mi è stato chiaro che la magia che pervade l'albergo, è il risultato di un incrocio umano straordinario che ha la virtù di procurare gioia e benessere non solo in chi ci viene ma anche in chi, come me ci lavora. Ho avuto quindi la assoluta certezza che i luoghi sono "meri" pretesti relazionali, quasi come fossero degli svincoli autostradali, delle aree deputate all'incontro e allo scambio tra persone, storie, vissuti. In questa chiave, riesco a leggere diversamente anche il mio lavoro e ad aggiungere un colore nuovo ad esso.
Confesso che spesso mi sono sentita dire, in modo più o meno diretto, che quanto facevo era "facile" a farsi, perché mi trovo in un posto meraviglioso (l'isola d'Elba e nello specifico Sant'Andrea che è realmente uno degli angoli più fascinosi dello "scoglio") e lavoro in un bell'albergo e confesso anche che non ho mai replicato a queste affermazioni. La ragione del mio silenzio, è che, pur sussistendo le condizioni di "bellezza" che mi venivano ricordate (a volte con veemenza, lo confesso) non somo mai stata gran chè convinta che la bellezza di per sé bastasse. Il Cerniatour mi aiuta a trovare una risposta e a capire forse ancora meglio dove risieda la magia nel mio lavoro. Se Colle Alberto si trova in un tratto di campagna pistoiese molto bella e la struttura, di per sé, è piena di fascino perché recentemente ristrutturata con gusto, non credo che l'appeal complessivo del luogo basti a giustificare la "pienezza" vissuta in quei giorni di un piovoso novembre. Niente SPA o trattamenti benessere, intrattenimenti serali o piste sciistiche a motivare il lungo viaggio degli ospiti (che ci hanno raggiunto anche da Roma e Torino) ma un solo, insostituibile ingrediente: l'incontro.
A Colle Alberto, abbiamo vissuto due giorni di affetto, circondati dalle
attenzioni di Marco che si è adoperato mettendosi in gioco in una
avventura del tutto nuova per lui, e in un attimo ci siamo trovati tra i
banchi del mercato a fare la spesa dai contadini, dietro ai fornelli ad
aiutare Michele, il cuoco, in sala da pranzo ad apparecchiare e infine tutti
insieme a colazione per un pieno di buoni propositi. Non amo il Natale, purtroppo fin da quando sono piccola, ma se dovessi
immaginarmene uno, somiglierebbe ai miei giorni a Pistoia. Non
raccontatemi balle: i luoghi, così come i viaggi, li fanno le persone e
io ne conosco di straordinarie, parola mia.
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