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giovedì 17 gennaio 2013
Torniamo a guardare le stelle
Questa mattina sono andata in città (questa parola, essendo fiorentina di nascita, mi diverte sempre un pò perché è chiaro che qui, sull'isola, le "città" come ve le intendete voi, non ci sono). Insomma, immaginatevelo come volete, ma sono andata nel paese più importante dell'isola, dove si va per sbrigare faccende, incontrare un'amica per un caffè o semplicemente per infilarsi un paio di scarpe e attraversare le strade sulle striscie (ok, faccio coming out: i miei piedi vivono in simbiosi con le Birkestock perchè loro, come me, sono ribelli di natura e detestano le costrizioni).
Arrivata a Portoferraio, ho avuto una strana sensazione che strideva con quella di inizio mattina quando, inebetita, mi sono fermata a guardare l'Elba svegliarsi. Si, perché ogni giorno, giuro, è diverso. Ogni mattina (che sia accigliata, serena, ventosa, striata di nuvole o accecante di sole) Lei - l'Elba - mi innamora.
Dico sul serio, fatico a capacitarmente: è una sensazione indescrivibile, un misto di emozione, bellezza che mi sopraffà e totale incanto. Credo sia un privilegio, oltre che una crescente necessità visti i tempi, vivere in un contesto in cui la Natura è così forte e permea ogni istante della giornata perché davvero, Lei, è la sola depositaria di risposte che non si possono trovare altrove (sempre che non si desideri incappare in pagliativi, per carità!).
In effetti la sensazione che ho avuto in "città" questa mattina, era di segno diverso, lo confesso: sono molte le attività che chiudono e che espongono cartelli di liquidazione totale e nei bar si parla della difficoltà di questi momenti e delle prospettive incerte per il futuro. A rincarare la dose, mentre rientravo in macchina, alla radio un giornalista commentava di come e quanto i dibattiti politici in tv negli anni si siano allontanati dai temi ideologici per abbracciare quelli da drogheria (in effetti, è tutto un parlar di aumenti, tasse e caro vita).
Credo di aver somatizzato tutte queste sensazioni e in breve tempo, arrivata a casa, ho accusato uno strano malessere che ho cercato di placare andando a correre sulla spiaggia.
Di nuovo, d'improvviso, la bellezza. Di nuovo, più forte di me, un senso di pace, di perfezione, di consolazione, mentre i problemi (che sia chiaro, esistono e ci riguardano tutti da vicino) si allontanavano.
In quel prezioso istante, ho messo a fuoco l'idea - che in realtà non mi ha mai abbandonato - che davvero questa crisi sia benedetta. Quando riesco a "centrarmi" e a stare con me, non riesco a tutti gli effetti a temere la difficoltà del momento, perchè mi vince la sensazione che si stia vivendo un tempo di passaggio estremamente importante affinché si costituiscano equilibri nuovi, con basi solide e non di argilla. La società dei consumi ha scambiato l'essenza del benessere con un ammasso informe e mai sufficentemente appagante, di bisogni materiali che sfuggono al nostro controllo perché indipendenti dalle nostre capacità interiori e che ci spingono a desiderare ancora e sempre di più. Non si può avere paura di lasciare andare una società che rende gli uomini schiavi di bisogni indotti ed effimeri, senza peraltro educarli a riconoscere nella ricchezza interiore, come nella bellezza del creato, la vera essenza dell'essere. A ben pensarci, non poteva che essere così e possiamo ritenerci fortunati perchè siamo i pionieri di una nuova era, quella della consapevolezza. In questo senso io credo che sia una fortuna vivere in un contesto in cui la Natura sia così forte e presente nel quotidiano, perché è da essa che possiamo attingere forze, energie ed ispirazione per iniziare a immaginare il mondo che verrà, superata la crisi. Siamo stati bravi ad affollarci l'esistenza con bisogni di plastica e relazioni di cartone, adesso la sfida è vuotare gli armadi, smetterla di "tenere a tutti costi" e sviluppare una fiduciosa attitudine verso ciò che di nuovo sta già bussando alle nostre porte. Del resto, se in questi anni ci hanno insegnato a "desiderare" (una macchina, un vestito, un viaggio, un marito) che etimologicamente parlando significa "smettere di guardare le stelle a scopo augurale", io spero vivamente che si possa tornare quanto prima a guardare insieme le stelle, augurandoci un futuro prospero e luminoso.
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sabato 29 dicembre 2012
Come si saluta un WOW-anno?
Proprio
ora che si avvicinano le ultime ore dell'anno, passo in rassegna i
volti, le voci, le strette di mano, i silenzi e le risate che mi hanno
tenuta per mano. Strano, è come sentire che improvvisamente la stanza è
affollata, non tanto di persone, quanto di affetti, piccole epifanie,
momenti di senso.
Questo è l'incip, o forse la conclusione di quanto ho nel cuore.
Il 2012 è stato un anno denso. Accipicchia, a pensarci adesso direi che di anni densi, intensi, a tratti interminabili, ne ho vissuti molti, ultimamente, e comunque, dicevo, il 2012 è stato "tosto".
Aiuto la mia mente poco razionale e poco avvezza (anzi, recalcitrante, direi) a sistematizzare anni di turbolenti cambiamenti, e lo faccio stilando elenchi. Che buffo, così facendo mi sembra di essere più obiettiva, di non lasciarmi impastare dalle emozioni, di mantenere uno sguardo limpido sulle cose (ovviamente sto mentendo a me stessa, mi sto convincendo che questo sia possibile e, soprattutto, che serva a qualcosa).
Fatto il dovuto silenzio nella mia testa e cercato quel momento di quiete che fa affiorare i pensieri puliti dal groviglio del sentire, direi che il 2012 è stato un WOW-anno.
Lo so, chi mi conosce un pò e ha seguito le mie vicissitudini, si starà grattando nervosamente la testa, stropiccinadosi gli occhi e bevendo qualcosa di forte (gli astemi, invece, se la prenderanno con un bel pezzo di cioccolata). Il 2012 è stato WOW, perché non ho avuto paura di guardare la paura fino infondo, dritta negli occhi - che poi sono i miei, perché le paure sono nostre proiezioni. Se nel 2010 ho dato una poderosa rassettata alla mia vita, trovando il coraggio di dire cosa funzionava - all'epoca, probabilmente, poco, ma del resto, senza deragliamenti, non potremmo apprezzare la meraviglia di un viaggio - nel 2012 ho dato seguito alle mie scelte, inizando a sentirmi nel vero senso della parola e a dare concretezza ai miei bisogni.
Potrei sintetizzare questi due anni di cui parlo, dicendo che il primo, il 2010, è stato l'anno del dire, mentre questo, quello del fare; di mezzo, ovvio, c'è stato il mare: quello cristallino dell'isola che mi fa da casa da 15 anni e che è diventato una parte di me.
E allora, visto che siamo in tema di fare, vediamo nello specifico cosa ho fatto:
- In primo luogo ho fatto chiarezza e per raggiungerla con gli altri, si torna sempre lì, l'ho fatta dentro di me. Questo ha implicato che mi riconoscessi meno infallibile e all'altezza di una qualsivoglia aspettativa, come ero stata brava a raccontarmi per una vita
- La conseguenza logica del punto uno, è stato il chiarirmi con gli altri, ridefinire i ruoli, le responsabilità, le aspettative che è lecito ricadano su di me e quelle che invece - mi spiace tanto - ma non sono alla mia portata
- Per poter sperare di avvicinarmi a realizzare il punto due, ho dovuto fare un entusiasmante esercizio di definizione degli spazi. Il "qui finisco io e là iniziano gli altri", mi ha regalato l'inebriante sensazione che si, anche io posso dire di no: nessuno ne muore e io ne guadagno in salute.
- Nel mentre che facevo chiarezza dentro di me, capivo che i luoghi li fanno le persone e che le relazioni che vanno costituendosi, realizzano un intreccio di emozioni, storie condivise e racconti di vita, che definiscono i contorni di uno spazio, quello interiore, che non teme traslochi, distanza fisica, trascorrere del tempo: in qualsiasi momento io posso raggiungere quelle persone e quelle emozioni che fanno ormai parte di me.
- A corollario di quanto scritto, e per quella chiarezza a me dovuta, ho capito che se si concretizzeranno le condizioni perchè io resti all'isola d'Elba a continuare a occuparmi di una casa che non è un albergo che si chiama Hotel Cernia, sarò estremamente felice di farlo ma che se, viceversa, questo non dovesse essere più possibile proprio in virtù di quel ridefinirsi di ruoli, esigenze e situazioni, saluterò con un bell'inchino e tanta gratitudine una intensa e lunga pagina della mia vita, per scriverne una tutta nuova, senza abbandonare le persone che l'hanno resa unica.
- La mia insaziabile curiosità, che ha mantenuto viva la voglia di scoprire, di conoscere, di viaggiare con la mente, in anni in cui le pastoie emotive mi tenevano bloccata
- L'istinto materno, che ha calmato la mia impulsività e il mio innato ardore e che mi ha tenuta sull'isola, in momenti nei quali, probabilmente, fossi stata sola, ne sarei fuggita. Questo stesso istinto è quello che oggi mi fa guardare con gratitudine a tutto ciò che sono riuscita a seminare, nonostante tutto ma, anzi, probabilmente proprio grazie alle difficoltà.
- La rete di relazioni, sottile, quanto forte, invisibile quanto presente, che in questi anni è nata, proprio grazie a quel meraviglioso albergo nel quale fioriscono più che piante, rapporti straordinari, e che sempre viaggerà con me.
Proprio
ora che si avvicinano le ultime ore dell'anno, passo in rassegna i
volti, le voci, le strette di mano, i silenzi e le risate che mi hanno
tenuta per mano. Strano, è come sentire che improvvisamente la stanza è
affollata, non tanto di persone, quanto di affetti, piccole epifanie,
momenti di senso.
E, credetemi, di momenti di senso ne ho vissuti davvero tanti, per questo sono felice di salutare questo bellissimo e importantissimo WOW - anno!
mercoledì 26 dicembre 2012
A Natale puoi. Ma che significa?
A Natale puoi... recita il tormentone di una pubblicità che da anni mi suona nelle orecchie (beh, significa che come tormentone è azzeccato) ma non mi ero mai soffermata a pensare.
Ammetto che sono affetta da pregiudizio: tutto ciò che ha a che fare con il "panettone natalizio" e con il volto ultraconsumistico dello stesso, mi rivolta un pò. Per difendermi dall'imperversare di immagini patitnate di cori di bambini riccioli con sciarpetta rossa o di case che non pagano la bolletta, penso io, tanto sono illuminate a festa mentre le tavole, imbandite fino all'inverosimile, accolgono famiglie numerosissime (tutte fotogeniche, eh) felici e innamorate, spengo la mente. Si, avete capito bene, la spengo e accendo l'immaginazione e i ricordi.
Così mi capita di pensare al Natale di mio nonno, quando ai bambini si regalavano mandarini e noci e la mamma tirava fuori dalle zampe magre della sventurata pollastrella, il brodo per 12 (si, la tavola era sempre apparecchiata per lo stesso numero di commensali quanti erano gli apostoli, avete capito bene). Si frugava nel baule del corredo delle nonne per trovare una tovaglia, rigorosamente ricamata a mano da una trisavola, che restituisse alla tavola il tono cerimoniale della feste importanti. Mentre i vecchi parlavano sorseggiando del vino (che spesso non era gran che ma del resto era il migliore che avessero prodotto, chini tra quei pochi filari di vigna, per cui al palato suonava meglio di uno Chateau Lafite Rotschild), i bambini si dilettavano a improvvisare improbabili velieri con i gusci delle noci che facevano parte del prezioso bottino natalizio. Il tempo sembrava sospeso in quei giorni di festa che segnavano una tregua dal pesante lavoro nei campi e, anche se per poco, la vita sembrava più lieve e persino i gesti degli adulti, sempre curvi sui loro crucci, si ammorbidivano esplodendo, improvvisi, in impacciati buffetti sulle guance.
In questo susseguirsi rapido di immagini e ricordi, mi sono sempre rifugiata volentieri ma per una volta, quest'anno, non ne ho sentito il bisogno perché il mio Natale, finalmente, mi è sembrato sensato.
Una tavola sobriamente imbandita a festa, un pranzo appetitoso ma ragionevole nelle quantità, e per regalo un tempo inatteso e insperato per parlare e sciogliere tensioni lungamente trattenute, con mio padre. Un confronto a cuore aperto con una persona della quale, nel bene e nel male, è intessuto il mio DNA e che relegare nello scantinato del non detto, del rimandato, del non voglio, mi è costato anni di infruttuosa ricerca di me stessa. Del resto un albero, privo delle sue radici, è impensabile che possa stendere i suoi rami al cielo.
Un Natale, il mio, che mi ha fatto riscoprire il piacere di giocare con mia figlia senza l'assillo del "ma i compiti li hai fatti?" "tra mezz'ora devi andare a pallavolo" oppure l'ever green, "alzati che fai tardi a scuola". Un Natale di sola essenza, nel senso più profondo del termine, cioè di ciò che costituisce la sostanza propria di una cosa, trascorso a cercare radici ma anche linfa per far crescere i rami giovani. E' così che ho capito che a Natale puoi, andare contro i dettami classici che ci vogliono tutti (infelici e forzati) attorno a una tavola chilometrica, a rimpinzarci di leccornie che in realtà ormai sono disponibili ogni giorno, quindi dove è il senso della festa?
Vi dirò di più, penso con ragionevole margine di certezza, che in realtà questo impegno possa accompagnarci tutti i giorni dell'anno e che il Natale possa aiutarci a celebrarne i frutti, consacrando con i nostri affetti più sinceri, il significato profondo della nostra ricerca interiore.
Ecco, con tutte queste dovute premesse e proprio ora che guarda caso è passato, adesso dicevo, sono pronta a augurarlo a tutti e a cuore aperto: Buon non Natale a tutti :)
Ammetto che sono affetta da pregiudizio: tutto ciò che ha a che fare con il "panettone natalizio" e con il volto ultraconsumistico dello stesso, mi rivolta un pò. Per difendermi dall'imperversare di immagini patitnate di cori di bambini riccioli con sciarpetta rossa o di case che non pagano la bolletta, penso io, tanto sono illuminate a festa mentre le tavole, imbandite fino all'inverosimile, accolgono famiglie numerosissime (tutte fotogeniche, eh) felici e innamorate, spengo la mente. Si, avete capito bene, la spengo e accendo l'immaginazione e i ricordi.
Così mi capita di pensare al Natale di mio nonno, quando ai bambini si regalavano mandarini e noci e la mamma tirava fuori dalle zampe magre della sventurata pollastrella, il brodo per 12 (si, la tavola era sempre apparecchiata per lo stesso numero di commensali quanti erano gli apostoli, avete capito bene). Si frugava nel baule del corredo delle nonne per trovare una tovaglia, rigorosamente ricamata a mano da una trisavola, che restituisse alla tavola il tono cerimoniale della feste importanti. Mentre i vecchi parlavano sorseggiando del vino (che spesso non era gran che ma del resto era il migliore che avessero prodotto, chini tra quei pochi filari di vigna, per cui al palato suonava meglio di uno Chateau Lafite Rotschild), i bambini si dilettavano a improvvisare improbabili velieri con i gusci delle noci che facevano parte del prezioso bottino natalizio. Il tempo sembrava sospeso in quei giorni di festa che segnavano una tregua dal pesante lavoro nei campi e, anche se per poco, la vita sembrava più lieve e persino i gesti degli adulti, sempre curvi sui loro crucci, si ammorbidivano esplodendo, improvvisi, in impacciati buffetti sulle guance.
In questo susseguirsi rapido di immagini e ricordi, mi sono sempre rifugiata volentieri ma per una volta, quest'anno, non ne ho sentito il bisogno perché il mio Natale, finalmente, mi è sembrato sensato.
Una tavola sobriamente imbandita a festa, un pranzo appetitoso ma ragionevole nelle quantità, e per regalo un tempo inatteso e insperato per parlare e sciogliere tensioni lungamente trattenute, con mio padre. Un confronto a cuore aperto con una persona della quale, nel bene e nel male, è intessuto il mio DNA e che relegare nello scantinato del non detto, del rimandato, del non voglio, mi è costato anni di infruttuosa ricerca di me stessa. Del resto un albero, privo delle sue radici, è impensabile che possa stendere i suoi rami al cielo.
Un Natale, il mio, che mi ha fatto riscoprire il piacere di giocare con mia figlia senza l'assillo del "ma i compiti li hai fatti?" "tra mezz'ora devi andare a pallavolo" oppure l'ever green, "alzati che fai tardi a scuola". Un Natale di sola essenza, nel senso più profondo del termine, cioè di ciò che costituisce la sostanza propria di una cosa, trascorso a cercare radici ma anche linfa per far crescere i rami giovani. E' così che ho capito che a Natale puoi, andare contro i dettami classici che ci vogliono tutti (infelici e forzati) attorno a una tavola chilometrica, a rimpinzarci di leccornie che in realtà ormai sono disponibili ogni giorno, quindi dove è il senso della festa?
Vi dirò di più, penso con ragionevole margine di certezza, che in realtà questo impegno possa accompagnarci tutti i giorni dell'anno e che il Natale possa aiutarci a celebrarne i frutti, consacrando con i nostri affetti più sinceri, il significato profondo della nostra ricerca interiore.
Ecco, con tutte queste dovute premesse e proprio ora che guarda caso è passato, adesso dicevo, sono pronta a augurarlo a tutti e a cuore aperto: Buon non Natale a tutti :)
domenica 23 dicembre 2012
E se bastasse non fare assolutamente niente?
E' potente, il fuoco.
E' un richiamo antico, emerge dalle nebbie dei ricordi, si insinua nel tuo adesso e sussurra storie. Capisco perché ci si riunisse a "veglia" attorno al camino, a raccontarsi storie, prima che l'arrivo di una tivvù in ogni casa scompaginasse questa abitudine, e mi piace pensare a tutte le volte che mi svegliavo presto, a casa, per godere del tepore del fuoco che mia mamma accendeva all'alba, in completa solitudine. Quell'abitudine vive dentro di me. Più che l'abitudine (a casa mia non ho il camino, sarebbe dura farla sopravvivere) continua a essere presente in me quell'attitudine solitaria, che si compiace dei momenti di silenzioso ascoltare, interrotti da una lettura piacevole o un semplice sguardo fuori dalla finestra. In questi giorni di fine anno, più che mai mi piace dare libero sfogo a questa indole riflessiva e mi compiaccio nell'osservare quante cose inutili al viaggio siamo capaci di collezionare dentro di noi. Avete presente il trasloco di una casa? Il momento preciso in cui si aprono gli armadi per riempire gli scatoloni delle cose in essi contenuti, e si realizza improvvisamente che negli anni siamo stati in grado di collezionare una quantità spaventosa di roba inutile, che neanche immaginavamo di avere immagazzinato? Credo che da un giro nei cassonetti, si sia in grado di capire se in zona qualcuno sta traslocando. Ebbene, la sensazione che ho dentro di me in questi giorni di fine anno, è la medesima. Mi accorgo cioè, nello stare quieta con me stessa, che spontaneamente mi libero di molti orpelli, di tanto inatteso superfluo collezionato durante il percorso. Mi rendo conto che davvero basta poco e che le risposte (qualora ci si aspetti di ottenerle) sono custodite dentro di noi e non nei rapporti che si vanno costruendo. In quest'ottica, non solo si ridimensione quel carico di aspettative (spesso schiacciante) nei confronti di chi incrociamo, ma si sperimenta la possibilità di affinare sguardi altri su quanto ci circonda, esprimendo un'atteggiamento più volitivo su una realtà che, a conti fatti, siamo noi a creare con i nostri pensieri e il nostro sentire.
Mentre imperversano Auguri di ogni bene e immagini di prosperità innevata, sento in cuor mio il bisogno di prolungare questo spazio di silenzio per fare spazio, allargare il respiro, prepararmi a sguardi nuovi e a prospettive inattese. Del resto lo diceva anche Eddie Vedder che l'essenza dello spirito dell'uomo sta nelle nuove esperienze, e immagino sia questo l'augurio che in cuor mio sento di fare a chiunque si senta pronto per un cambiamento radicale. Non temete, non occorre fare niente in realtà: è sufficiente smettere di opporre resistenza a ciò di cui ci viene quotidianamente proposto di fare esperienza. Tutto qua!
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giovedì 13 dicembre 2012
Di smancerie, auguri di plastica e zucchero a velo.
Piove a dismisura.
Piove che mi sono svegliata, perché piove e stavo sognando che pioveva ma poi, mica vero: ero già sveglia e sentivo l'acqua che batteva.
Dalla pioggia al sogno, fino al ricordo, di quando ero piccola e sprofondavo nel lettuccio caldo nelle domeniche di tempo brutto. Il tempo era un dilatarsi infinito di possibilità e speranze, mentre mi baloccavo con le mie fantasie e pascolavo i miei pensieri in praterie lontane.
Lo stesso faccio in questo periodo, da sempre associato a quello dell'Avvento, in cui si fa "spazio" nell'attesa di un nuovo anno. Sia chiaro, rifuggo feste, occasioni di pubblico augurio, smancerie pandorose e abbracci torronati. Proprio ieri, guidando sotto una piccola e divertente tormenta di neve, pensavo che sono una solitaria con gioiosa propensione alla condivisione di idee, stimoli e bellezza. Si, insomma, una che sta parecchio bene da sola ma che si diverte come una matta a condividere pensieri e parole e che fa dello scambio la sua ragion d'essere, per cui no, non parlatemi di Santo Natale sotto a un albero carico di superflue smancerie mentre bambini leziosi spargono zucchero a velo e poesie biascicate a scuola davanti a un pubblico di adulti distratti. Parliamo invece di cose piccole, torniamo alla sobrietà dell'essenza e sforziamoci di capire cosa davvero conta, cosa è in grado di fare la differenza, qual'è quel particolare che potrebbe renderci felici. A questo pensavo questa mattina stropicciandomi gli occhi e tornando col pensiero a quando, ragazzina, immaginavo il mio futuro. Nel mio domani vorrei quello che amo nel mio oggi, lo vorrei centuplicato o meglio, a centuplicarsi vorrei che fosse la mia capacità di coglierlo, di apprezzarlo e festeggiarlo.
Piove che mi sono svegliata, perché piove e stavo sognando che pioveva ma poi, mica vero: ero già sveglia e sentivo l'acqua che batteva.
Dalla pioggia al sogno, fino al ricordo, di quando ero piccola e sprofondavo nel lettuccio caldo nelle domeniche di tempo brutto. Il tempo era un dilatarsi infinito di possibilità e speranze, mentre mi baloccavo con le mie fantasie e pascolavo i miei pensieri in praterie lontane.
Lo stesso faccio in questo periodo, da sempre associato a quello dell'Avvento, in cui si fa "spazio" nell'attesa di un nuovo anno. Sia chiaro, rifuggo feste, occasioni di pubblico augurio, smancerie pandorose e abbracci torronati. Proprio ieri, guidando sotto una piccola e divertente tormenta di neve, pensavo che sono una solitaria con gioiosa propensione alla condivisione di idee, stimoli e bellezza. Si, insomma, una che sta parecchio bene da sola ma che si diverte come una matta a condividere pensieri e parole e che fa dello scambio la sua ragion d'essere, per cui no, non parlatemi di Santo Natale sotto a un albero carico di superflue smancerie mentre bambini leziosi spargono zucchero a velo e poesie biascicate a scuola davanti a un pubblico di adulti distratti. Parliamo invece di cose piccole, torniamo alla sobrietà dell'essenza e sforziamoci di capire cosa davvero conta, cosa è in grado di fare la differenza, qual'è quel particolare che potrebbe renderci felici. A questo pensavo questa mattina stropicciandomi gli occhi e tornando col pensiero a quando, ragazzina, immaginavo il mio futuro. Nel mio domani vorrei quello che amo nel mio oggi, lo vorrei centuplicato o meglio, a centuplicarsi vorrei che fosse la mia capacità di coglierlo, di apprezzarlo e festeggiarlo.
Vorrei mattine silenziose quando tutto intorno ancora tace e sentire l'abbraccio di un luogo, come ha sempre fatto con me l'isola
vorrei continuare ad avere affetti vicini che mi ricordano quando è il tempo di partire per nuove avventure
e momenti di sereno stare, in cui mi guardo intorno e tutto mi sembra perfetto
mi piacerebbe un pomeriggio di piovoso nulla per bere una cioccolata calda e riempirmi gli occhi di profumata bellezza, fregandomene se, nel berla, mi sono procurata dei sontuosi "baffi di cacao", ché le cose buone van godute, in barba al bon ton!
e infiniti risvegli con un affettuoso caffè nel letto
e poi ancora momenti di solo cielo
per ricordare che tutto torna, centuplicato....
centuplicare quindi gli abbracci che darei ai miei affetti
senza smettere di percepire ogni giorno come una nuova importante opportunità di rinascita che mi permette di sentirmi viva
nella quale sono tutti i benvenuti ma senza tradire il mio istinto solitario, che benedico perché fa parte di me
e alla fine della fiera, non prendermi mai troppo sul serio, riuscire sempre a mantenere una sana e serena dose di leggerezza e, perché no, bermi un buon caffè, mentre fuori piove a dismisura.
Piove che mi sono svegliata, perché piove e stavo sognando che
pioveva ma poi, mica vero: ero già sveglia e sentivo l'acqua che
batteva.
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