mercoledì 27 febbraio 2013

Dai diari del Cernia - L'elemento umano

Se c'è un aspetto del mio lavoro all'Hotel Cernia, che ho vissuto con difficoltà e passione, con mai pago desiderio di crescita nonostante le momentanee frustrazioni, è proprio quello legato al rapporto con i collaboratori.


Avere una "visione di ospitalità", significa in prima battuta condividerla con chi dovrebbe contribuire in modo propositivo e attivo alla sua realizzazione e quindi con tutti i collaboratori che, tanto per cominciare, dovrebbero sentirsi coinvolti e quindi "visti" e apprezzati nelle loro capacità.



Il primo scoglio quindi resta sempre il colloquio: quei maledetti 40 minuti in cui si gioca gran parte della stagione, perchè bisogna essere in grado di intuire la persona che si cela dietro curriculum e parole, le sue attitudini, la capacità di lavorare in gruppo e di credere in un progetto.
Ho spesso letto post e note sconsolate di chi, come me, nel fare selezione del personale, si scontra con una  deprimente realtà fatta di giovani affetti da sindrome di Peter Pan, ancora ampiamente mantenuti dai genitori, che interpretano quindi il lavoro come un passatempo più o meno importante, al quale dedicare il minimo sforzo per il massimo profitto, scarsamente dotati di senso di responsabilità e di dedizione al proprio mestiere e non mi sentirei di smentire la sensazione globale.


In effetti, fare selezione prima e direzione del personale poi, è un compito assai difficile perchè si intreccia indissolubilmente con un lavoro di educazione alla cultura del lavoro che le famiglie e la scuola in genere, sempre più spesso demandano o rimandano in modo deprechevole. Il settore alberghiero poi è affetto da una diffusa carenza di scolarizzazione adeguata (spesso i ragazzi giovani vengono a farsi la "stagione" al mare per consentirsi un lungo periodo di vacanze e divertimenti lontano da casa ma senza una reale e specifica preparazione in materia).


A ciò aggiungo che l'Italia soffre di un imperdonabile ritardo culturale che fa si che la maggior parte dei nostri giovani non parli lingue straniere, rendendo difficoltoso se non impossibile il contatto umano con ospiti non italiani.
Con questa premessa, va da sé, fare accoglienza oggi diventa difficile, quasi eroico, perchè ci si trova di fronte a una grande quantità di falle (mi ripeterò ma son tutte di carattere culturale) alle quali è impegnativo, a volte impensabile,  porre rimedio. Però c'è un però e si chiama l'elemento umano.


Nella mia esperienza di lavoro al Cernia, nonostante mille difficoltà, sono orgogliosa e felice di poter dire di avere incontrato "persone" capaci di condividere un ideale, un progetto, un modo di stare al mondo prima ancora che a lavoro. Non è mai stato un mistero per  nessuno dei ragazzi che hanno lavorato con me,  che io desiderassi far loro capire che al Cernia si fa prima di tutto una esperienza umana, fatta di persone, di incontri, di situazioni e che Camilla, che con noi ha lavorato lo scorso anno, ha ben sintetizzato in questo post di saluti.


Mentre qualcuno forse saprà che è proprio a questo straordinario elemento umano, fatto di persone che si sono appassionate al progetto Cernia al punto di "metterci la faccia" quando alcune recensioni su Tripadvisor lo hanno reso necessario, pochissimi sapranno che proprio grazie all'impegno assolutamente volontario dei nostri collaboratori, siamo stati in grado di allestire una zona griglia e forno a legna in giardino di tutto rispetto.




Credo che questo video più di mille parole racconti il senso del "fare" motivando un gruppo di persone, cercando di valorizzarne gli aspetti positivi, armonizzando il più possibili le criticità all'interno del gruppo. In effetti se, come credo, è molto difficile trovare persone professionalmente preparate, dotate di senso di responsabilità e devozione per il proprio lavoro, è altrettanto difficile farlo se nel selezionarle non cerchiamo di trasmettere loro la nostra passione e il nostro amore. In definitiva, non credo che la questione sia facilmente risolvibile con una scrollata di spalle affermando che i ragazzi oggi hanno poca voglia di lavorare perché, mi chiedo, se noi datori di lavoro siamo davvero in grado di stimolarli, di aiutarli a superare i proprio limiti permettendo loro di crescere  in un ambiente di lavoro  stimolante fornendo loro la possibilità di  acquisire una attitutine alla collaborazione che di fatto è indispensabile in ogni lavoro di squadra.



Io non so dirvi se sono riuscita nel mio intento, perché so di essere sempre stata una persona molto esigente (in prima battuta con me stessa) e di avere sempre chiesto moltissimo ai miei ragazzi, senza accontentarmi mai del "semplice" impegno, cercando sempre di guardare all'amore e alla cura con cui, anche nel piccolo, si facevano le cose, ma senza ombra di dubbio so dirvi che  da ognuno di essi ho imparato le lezioni più importanti che metto in valigia e che davvero, se c'è una cosa che auguro a tutti loro, è che possano rendere straordianaria la loro vita, cogliendo sempre l'attimo.