mercoledì 24 aprile 2013

#springelba13: il viaggio nella bellezza

Oggi il cielo è sereno, almeno da questa parte d'isola.
Il Monte Capanne s'è attirato un girotondo di nuvole e qua, sulla spiaggia di Sansone, splende il sole.
Non sembra vero.
Veniamo dal versante occidentale, dove imperano alti e folti boschi di castagno e leccio e la macchia scende a precipizio fino quasi a lambirlo, il mare, che si insinua in piccole baie appartate di sabbia dorata e  sbatte nelle  scogliere lisce di granito punteggiate di intrusioni di ortoclasio.
In tre quarti d'ora di macchina, però, tutto cambia.
Questa è l'Elba.
Camminiamo lungo un sentiero di campagna e in modo del tutto naturale, inizia un concerto per "fili d'erba" che ci appassiona in un comune gioco a ritroso nel tempo e sembra d'essere bimbetti per i sentieri dietro casa: le distinzioni non esistono e soprattutto non servono, camminiamo insieme godendo della bellezza che ci circonda, punto.




Ci imbattiamo anche  in un generoso cespuglio di strigoli  e poi finocchio selvatico, terratrepoli, malva in fiore e nepitella e inizia il viaggio nelle consuetudini culinarie elbane e viaggiamo nella memoria di un'isola  attraverso i profumi della sua terra generosa.


Anche questa è la cucina emotiva per come l'ho pensata io: l'insieme delle storie che un territorio è capace di raccontare e delle suggestioni che passano attraverso i suoi profumi e i suoi colori che, come per magia, qui all'isola d'Elba possono trasferirsi in un piatto.

Arriviamo rapidamente alla spiaggia dove, in silenzio, ci fermiamo ad ascoltare il mare. C'è chi non resiste e prova a bagnarsi i piedi e chi, addirittura, un tuffo in mare non se lo fa mancare.




Resta, comune per tutti, l'emozione di un luogo che con la sua abbagliante bellezza nutre i nostri silenzi, conforta , ispira, regala sguardi fiduciosi, crea preziosi momenti di condivisione.


C'è chi grida "Caraibi!" chi fa una breve telefonata per condividere con un amico, una persona cara, quel traboccare improvviso di gioia, chi cerca tra i sassi ritrovandosi un pò bambino, chi siede in silenzio, con muto rispetto davanti a sua maestà il mare.


Ognuno porta il suo colore, la propria emozione, il proprio personalissimo (e per questo sacro) modo di accogliere, far spazio dentro di sé a un'emozione violenta perché improvvisa, inattesa, quasi insperata.
Il fatto è che la bellezza unisce e lenisce, emoziona e sorprende, affratella perché ci ricorda la comune origine, spazza via il superfluo e ci fa tornare all'essenziale, a quanto cioè ci accomuna e che con troppa facilità dimentichiamo, persi come siamo nei vicendevoli giochi di ruolo esistenziali nei quali siamo bravi a incastrarci.



Davanti a un mare turchese e a un cielo cobalto, le distinzioni si acquietano, le differenze di sesso, religione, status, cultura, diventano un mucchio di insensati ragionamenti a posteriori perché siamo messi di fronte a quanto di più prezioso esista: il nostro esserci, qui e ora, davanti a un luogo in grado di richiamarci alla sacralità della vita, alla bellezza di un dono sulle cui origini abbiamo lungamente dissertato senza mai arrivare a conclusioni sensate (perché non è con il ragionamento che si raggiungono).


La mia fortuna, nell'accompagnare persone e nel fare esperienze insieme a loro, risiede molto nei luoghi. So perfettamente che la bellezza e la ricchezza naturalistica di quest'isola mi facilita nel compito di far fare spazio, perché vedete, il primo problema è che viviamo "affollati", viviamo cioè sovraccaricati di informazioni, "cose", finte necessità, presunti bisogni, esigenze destinate a non essere mai appagate (perché ci vogliono affamati ma non folli, come diceva Jobs: solo affamati di "cose" che si sostituiscano alla nostra capacità di sentire e quindi anche di percepire gratitudine e appagamento in quanto abbiamo). Dicevo dunque che la prima cosa che sono chiamata a fare, quando propongo alle persone di viaggiare con me, è quella di invitarle a lasciare andare e a fare spazio: perché di spazio ce né, ce n'è stato e ce ne sarà (cantava Ligabue) ma non lo vediamo, non lo sentiamo, perché viviamo nella costante illusione di avere bisogno e di dover accumulare nella vita, senza comprendere che stiamo solo riempiendola di surrogati destinati a ritorcersi contro di noi perché volti ad alimentare la nostra "fame". Io credo che la bellezza curi in un certo senso, perché è capace di levare, togliere, tornare all'essenziale, discernere quanto è utile da quanto invece non lo è e sapete come? Semplicemente palesandosi, senza alcuno sforzo (non è meraviglioso?).
Quindi, per me, invitarvi a fare due passi in riva al mare è un esercizio ben più complesso e profondo di quanto possa sembrare a primo acchito. Certo che desidero mostrarvi la varietà e la ricchezza di quest'isola, ovvio che mi faccia piacere farvi vedere che in tre quarti d'ora si possano raggiungere i Caraibi comodamente seduti in macchina ma non basta.
Quello che veramente ho in animo di fare, è di farvi partecipare al miracolo della bellezza, capace di risvegliare le coscienze sopite e di indicare la via della semplicità e dell'essenza  che non conosce altre strade se non quella del cuore.

Appena ho finito di scrivere queste righe, un twit di Serena mi invitava a leggere il suo racconto  di #springelba13 (leggetelo qui se vi va) e, inutile  dirlo, c'è somiglianza, c'è bellezza, c'è passione e tutto questo mi riconduce al senso del mio scrivere, qui, ora.
Il viaggio continua...